[1361]. Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, I, 387. Ho tradotto “panforte” il vocabolo semîd o semîds, al plurale sewâmîds, per designare piuttosto la grandezza e l’uso, che la composizione. In oggi semîds vuol dire fior di farina e il pane fatto di quello: ma nel passo di Makrizi sembra diverso, leggendovisi che ciascun semîds pesava tre rotl (libbre) ed era impastato con la più scelta farina e unto al di fuori di grasso, sì che usciva lustrato dal forno e prendea bellissima apparenza.
[1362]. Abdallatif, edizione del Sacy, pag. 312.
[1363]. Loc. cit., e nella nota del Sacy, a pag. 307, 308.
[1364]. Sacy, nell’op. cit, pag. 325, nota 41, al cap. vj, del libro I, nella quale è riferito che quella pasta si mangiava fresca e talvolta secca. Si confronti il Lane, Modern Egyptians, cap. xxv.
[1365]. Lane, op. cit., cap. xiv.
I semi di zucca o di popone sono annunziati al Cairo col grido: “Oh i consolatori de’ tribolati, oh i semi!;” in Palermo li dicono “Sbija oziu.” Gridano per le arance: “Ecco il miele!” Per le sicomore: “Oh l’uva!”
[1366]. Ibn-abi-Dinar, Storia di Tunis, testo arabico stampato a Tunis il 1286 (1869), pag. 3.
[1367]. Voyage, etc., pag. 206, dell’estratto dal Journal Asiatique del 1853. Si riscontri il testo arabico, ms. di Parigi, Suppl. ar. 911-2, fog. 104 recto.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.