[1353]. Kafiz, notissima misura arabica di capacità e di superficie.

[1354]. Ritl o rolt, è la libbra degli Arabi, come ci è occorso di notare altrove.

[1355]. Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 458, del II volume.

[1356]. Rob’ vuol dir “quarta parte.” Occorre nelle misure del grano di tutti i porti musulmani del Mediterraneo. Veggiamo anche il ῤουζος ne’ diplomi greci di Sicilia del 1189 e del 1328, presso Spata, Pergamene greche, pag. 304 e 366, denotar misura di superficie nel primo, e di capacità nel secondo. Con lo stesso suono e lettere diverse ci occorre ρουος e ρουζος in due diplomi calabresi del 1188 e 1228, presso Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli, 1865, pag. 296 e 388.

Metto tra le voci arabiche il carato, manifesta trascrizione di κεράτιον, parendomi verosimile non sia passato direttamente dal greco, ma per mezzo dell’arabico, sì come “fondaco,” ed altri vocaboli.

[1357]. Per esempio l’italiano giubba, voce prettamente arabica, analoga alle siciliane “giubba e jippuni;” camellotto, non da camelo, come dicono i dizionarii, ma da khamlah, che significa proprio panno velloso.

[1358]. Delle vivande si ricordi il cuscusu, uguale di nome e poco diverso di qualità da quello della Barberia.

De’ camangiari vanno notate le paste fermentate e fritte che in Sicilia, al par che in Barberia, si chiamano sfinci, dal latino “spongia” com’e’ pare; e i ceci ammollati e poi torrefatti che si dicono càlia, con pura voce arabica.

[1359]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 785, nota 5. Il nome della torta nel testo è ke’k. D’origine arabica mi sembra la notissima cassata di Palermo, poichè kas’at vuol dire scodella grande e profonda, com’è veramente la pasta di quel dolce, ripieno di ricotta o di crema. Kobbeit è in arabico (oltre i dizionarii si vegga D’Herbelot, all’articolo “Cobbathi”) una specie di torrone, appunto come la cubbaita di Sicilia. Quella che si chiama in Sicilia mostarda, è del mosto cotto, non con senapa, ma con farina e ridotto in pasta, del quale abbiam fatta menzione nel libro IV, cap. xiij, secondo il libro dell’agricoltura d’Ibn-Awâm. Questa stessa maniera di dolciume in Girgenti si chiama tibu, con puro vocabolo arabico. La nucatula di Sicilia, non essendo composta di noci, par che derivi più tosto dal nukl degli Arabi, ch’è quel che in Toscana si chiama seccume.

[1360]. Si vegga ciò che abbiam detto di questo commercio nel capitolo precedente, a pag. 786 di questo volume.