Per tal modo, secondo il Lamarck, l'uomo deriva dalla scimmia. Egli non dubita punto di ciò, anzi ci si ferma sopra a lungo, cercando il modo per cui la trasformazione deve essere avvenuta. Gli uomini più degradati derivarono da scimmie di struttura molto elevata, che a poco a poco si erano avvezzate a star su due piedi. Così venne col lungo sforzo di generazione in generazione a modificarsi la forma del tronco tenuto eretto, e si vennero differenziando le quattro estremità. Le due estremità posteriori diventando a poco a poco inferiori, si fecero più robuste, si appiattì il piede e si svilupparono i polpacci, mentre le estremità inferiori si foggiarono in quello strumento meraviglioso che doveva tanto aiutare l'uomo nel suo progresso: la mano. All'uomo in posizione eretta si presentavano in condizioni di molto più grande agevolezza di osservazione gli oggetti esterni, mentre la mano, come più unicamente strumento di prensione, ma pur anco di esplorazione e di esame, dava maggior contezza di essi all'intelletto che per tal modo si veniva sviluppando. Questi primi uomini derivati da scimmie di maggior elevatezza ebbero una vita sociale più intima, presero a meglio aiutarsi nei loro bisogni, dovettero adoperarsi continuamente ad uno scambio maggiore di pensieri, onde una serie di gridi sempre di più svariati che venivano a far capo a un linguaggio articolato il quale, per quanto dapprima rozzo e limitato, non ha pur potuto a meno di segnare un immenso progresso nello sviluppo dell'uomo; progresso di cui l'effetto principale non può a meno di essere stato un maggiore sviluppo del cervello e un più lungo esercizio di quelle facoltà di cui esso è strumento.

Ciò, ripeto, pel Lamarck non ammette dubbio, egli ci insiste.

A dare un concetto del modo in cui il Lamarck considerava l'origine, le trasformazioni, le derivazioni, le affinità fra i viventi, varrà meglio di ogni discorso riferire testualmente queste sue parole:

«Le divisioni sistematiche, classi, ordini, famiglie, generi e specie, come le loro denominazioni, sono un lavoro puramente artificiale dell'uomo. Le specie non sono tutte contemporanee; sono discese le une dalle altre e non hanno che una fissità relativa, e contemporanea; le varietà danno origine alle specie. La diversità delle condizioni della vita influisce, modificandola, sulla organizzazione, sulla forma generale, sugli organi dell'animale; si può dire tanto dell'uso come del difetto d'uso degli organi. Dapprima furono prodotti solamente gli animali più semplici, e le forme più semplici, poi gli esseri dotati di una organizzazione più complessa. La evoluzione geologica del globo e il suo popolamento organico ebbero luogo in un modo continuo e non furono interrotti da rivoluzioni violente. La vita non è che un fenomeno fisico. Tutti i fenomeni vitali sono dovuti a delle cause meccaniche, sia fisiche, sia chimiche, aventi la loro ragione d'essere nella costituzione della materia organica. Gli animali e le piante più rudimentali, collocati nello scalino più basso della scala organica, nacquero e nascono anche oggi per generazione spontanea. Tutti i corpi viventi od organismi della natura sono sottomessi alle stesse leggi dei corpi privi di vita o inorganici. Le idee e le altre manifestazioni dello spirito sono semplici fenomeni di movimento che si producono nel sistema nervoso centrale. In realtà, la volontà non è mai libera. La ragione non è che un grado più alto di sviluppo e di comparazione di giudizi.»

Fra i manoscritti del Museo zoologico di Torino si trova qualche appunto di Franco Andrea Bonelli da cui si vede, e così pure da qualche lettera, come egli fosse stato colpito dalle idee del Lamarck e ne fosse diventato seguace. Il Bonelli morì giovane e l'immensa mole del lavoro che egli fece nella sua breve vita gli impedì di occuparsi di questo come di tanti altri argomenti che pure aveva divisato di trattare.

Sosteneva le idee del Lamarck all'altro capo d'Italia Michele Foderà di Girgenti, professore di fisiologia a Palermo. Egli era stato a Parigi, alunno del Blainville, che s'era atteggiato a oppositore di Giorgio Cuvier; ritornato in patria, sostenne nelle sue lezioni la mutevolezza della specie e lo scomparir lento di certe forme senza scosse violente.

Così in Italia ebbe ascolto il Lamarck più assai che non in Francia. Ma ancora si tratta di casi isolati, e il Bonelli e il Foderà non lasciarono pubblicazioni in sostegno di questo loro avere accolto le idee del Lamarck.

È cosa che desta la più grande meraviglia questa, che l'opera del Lamarck sia passata allora inosservata; non solo non abbia avuto lodi, ma nemmeno biasimi; sia stata lasciata in disparte e non degnata nemmeno di una discussione.

La spiegazione del fatto sta in ciò, che allora teneva il campo onnipotentemente la scuola di Carlo Linneo e di Giorgio Cuvier, che intorno all'argomento della specie aveva messo come cardine fondamentale il principio opposto.

Carlo Linneo aveva risollevata la storia naturale all'altezza di scienza. Dopo quasi venti secoli aveva ripreso l'opera di Aristotile e l'aveva fatta progredire. Aveva dato le norme per riconoscere, distinguere, denominare, descrivere, ordinare le innumerevoli specie dei viventi e ciò con tanto criterio, con tanto acume, con tanto senno, con tanto ingegno, da non lasciar più guari che fare ai suoi successori.