Il Cuvier trovò un potente alleato alla sua teoria dei rivolgimenti nel signor Elia de Beaumont, il quale non solo accettò la cosa in complesso, ma credette di poterne anche definire i particolari: considerando le grandi catene di montagne in ogni parte del globo, studiandone la natura e le direzioni, esaminandone ogni particolare, egli credette di essere riuscito a determinare il numero e le successioni di quei grandi rivolgimenti.
Giorgio Cuvier s'era elevato ad un'immensa celebrità colla grande opera sua. Egli aveva molto migliorata la classificazione di Linneo; aveva preso a rivelare i rapporti degli animali mercè una diligente investigazione della loro interna struttura; aveva insegnato l'importanza della subordinazione de' caratteri, aveva posto le fondamenta di quella grande scienza che è l'anatomia comparata, aveva fatto conoscere un gran numero di forme e di strutture prima di lui ignote o mal note; era sommamente operoso, eloquentissimo, popolare nel senso più elevato della parola e dappertutto si giurava nel suo nome. Egli aveva mostrato un profondo disprezzo per la teoria del Lamarck, e i suoi contemporanei disprezzarono pure la teoria del Lamarck tanto da non crederla neppure degna di biasimo.
Poco prima di morire, Giorgio Cuvier ebbe a sostenere una lotta con Stefano Geoffroy Saint Hilaire, quella lotta di cui ho detto precedentemente parlando del Goethe. Stefano Geoffroy Saint Hilaire sosteneva la unità dell'organizzazione, o, come si diceva allora, la unità di composizione, la unità del piano della struttura degli animali. Secondo il suo concetto la specie è variabile, le forme mutano costituendosi innumerevoli differenze da una origine comune; gli agenti esterni hanno una grande azione in questi mutamenti. Nelle vicende geologiche passate venne un giorno in cui scemò la quantità dell'acido carbonico nell'atmosfera e ciò valse a promuovere la trasformazione di taluni rettili che, con una maggior intensità di respirazione, di circolazione, mutarono in penne le scaglie e assunsero forma di uccelli.
In verità non era al tutto ingiusto il rimprovero che si faceva a questi concetti di aggirarsi troppo nei campi della teoria. Se a ciò si aggiunge quanto già sopra è detto intorno allo ascendente del Cuvier sui suoi contemporanei, si intende come il Geoffroy Saint Hilaire non apparisse aver riportato nella sua grande discussione gli onori della vittoria.
Giorgio Cuvier morì nel pieno splendore della sua gloria e senza ombra di sospetto che fossero minacciati quei principii scientifici di cui ben si poteva vantare di aver posto le fondamenta. Ciò non fu dello Elia de Beaumont, il quale ebbe a provare l'ineffabile dolore di vedere crollare il suo edifizio e trovarsi da ultimo solo colle sue opinioni.
Il grande geologo tedesco Leopoldo De Buch, nella sua Descrizione fisica delle isole Canarie, pubblicata nel 1836, parlando della distribuzione delle piante, fa le seguenti considerazioni, le quali sono tanto più importanti per quello che dice contemporaneamente intorno ai dialetti:
«Sui continenti, gli individui dei gruppi organici si spandono, si disseminano lontano, e, per azione della differenza dello habitat, della alimentazione del suolo, formano delle varietà le quali, trovandosi le une discoste dalle altre, non possono andar soggette ad incrociamenti ed essere per tal modo ricondotte al tipo principale; si è perciò che esse, alla fine, diventano delle specie costanti, particolari. Poi le specie le quali sono state simultaneamente modificate, si ritrovano in contatto colla varietà primiera, per tal modo modificata; ma a un tal punto esse sono abbastanza differenti e non possono più mescolarsi insieme. La cosa va in ben altro modo nelle isole. Ivi, ordinariamente confinati entro a valli anguste e entro a zone ristrette, gli individui si possono raggiungere e possono in tal modo distruggere ogni varietà in via di costituirsi. Si è senza dubbio in questo modo che certe particolarità, o certi vizii di linguaggio, dapprima particolari al capo di una famiglia, si estendono con questa famiglia a diventare comuni a un intero distretto. Se questo distretto è separato, isolato, se non hannovi continui rapporti coi distretti vicini che riconducano costantemente il linguaggio alla sua purezza primiera, da questa deviazione linguistica nascerà un dialetto. Quando segue che certi ostacoli naturali, le foreste, la configurazione del suolo, anche il governo, vengano a collegare anche più strettamente fra loro gli abitanti nel distretto di cui parliamo, questi si separeranno anche più schiettamente dai loro vicini; il loro dialetto si fisserà e diventerà una lingua perfettamente distinta.»
Nell'anno 1818, il dottor M. E. Wells leggeva alla Società Reale di Londra un suo rapporto intorno ad una fanciulla di razza bianca colla pelle avente parzialmente l'apparenza della pelle dei neri. In quel lavoro il dottor Wells avvertì che tutti gli animali, entro una certa misura, hanno tendenza a mutare, e che, mercè questa proprietà, i coltivatori possono, colla scelta degli individui, migliorare i loro animali domestici; poi soggiunse:
«Ma pare che l'equivalente del risultamento artificiale ottenuto in tal modo si produca pure, sebbene con maggior lentezza, nella organizzazione delle razze umane, le quali si sono adattate alle contrade in cui vivono. Fra le varietà umane accidentali, che appaiono in mezzo ai rari abitanti sparsi per la regione africana, se ne trovano di quelle che resistono meglio delle altre alle malattie del paese. In conseguenza di ciò queste ultime razze si moltiplicano, mentre le altre diminuiscono, e non diminuiscono solamente perchè sono meno atte a resistere alle malattie, ma perchè non sono in condizione di reggere alla concorrenza di altre più robuste. Io ammetto come dimostrato che il colore di queste razze più vigorose sia di una tinta intensamente colorita. Ma siccome la tendenza alla formazione di varietà sussiste sempre, col tempo si forma una razza sempre più nera; e, siccome la razza che ha la tinta più cupa è la meglio adatta al clima, essa finirà per essere, se non la sola, almeno la razza dominante.»
Il Darwin, nella sesta edizione inglese del suo volume sulla Origine della specie, in un breve cenno storico preliminare, menziona parecchi altri contemporanei che poco prima della pubblicazione della sua opera espressero più o meno chiaramente il concetto della variabilità della specie. In una nota a quel breve cenno storico ha le parole seguenti: