Nella casa del vecchio attâr gli uomini invitati stavan tutti in cortile, le donne confinate in casa. Il cortile era in parte coperto da un telone quadrilungo, attaccato per due lati al muro, e per gli altri due sorretto da pali, e illuminato sotto da lumicini di vetro ad olio, sospesi a fili di ferro; qui stavano gli invitati rannicchiati in fila lungo il muro, sopra una stoia, tutti colla pipa alla bocca; bei turbanti, bei profili, belle barbe nere o biancheggianti.

Io sapeva di non far cosa grata nè all'attâr nè ai suoi amici portando meco un europeo, ma sapeva pure che me l'avrebbero perdonato. Il padrone di casa mi venne incontro, accolse cortesemente il francese e Mohammed-effendi, e ci portò ad accovacciarci presso gli altri: c'eran tutti gli amici del caffè: il povero compagno mio non sapeva acconciar le gambe sulla stoia a mo' degli altri, e il padrone gli fece portare un cuscino, della qual cortesia io stesso rimasi meravigliato. Non eravamo ancor fermi, che già ci avean dato pipa e caffè.

La festa era incominciata: al nostro arrivo si rappresentava una sorta di scena o dialogo improvvisato fra due giovani del villaggio, di cui uno, armato di scimitarra, pistole e kurbak, rappresentava il turco che viene a riscuotere il tributo, e l'altro, col suo consueto vestimento, il fellah che deve pagare. Quello che faceva da turco contrafaceva il parlare arabo coll'accento e colle storpiature dei dominatori, ed imitava i portamenti, i gesti, l'incesso di questi. Il fellah si pigliava grandi colpi di kurbak sulla schiena, e si sfiatava a protestare, strillando, che avea pagato tutto il tributo dell'anno, e non gli restava un parà. Il finto turco ripigliava che, se aveva pagato il tributo suo, gli rimaneva pur da pagare quello di un vicino che era fuggito, e di un altro vicino cui il Nilo aveva portato via il campo, e che il governo non deve mai perdere; e seguitava a battere. Il dialogo procedeva frizzante e incalzantissimo, e turchi ed arabi presenti si smascellavano dalle risa.

S'intese ad un tratto un cinguettìo di voci femminine dalla parte della casa, i due filodrammatici disparvero, e tutti i visi si rivolsero da quella parte: la cantatrice stava per dar cominciamento al suo canto. Noi non vedevamo che una gran tela; dietro, sopra una specie di palco scenico nascosto, s'era allogata la cantatrice col suo coro, in modo che il canto si potesse sentire ugualmente dalla casa e dal cortile. La tela non s'alzò, ma dietro salì per l'aria il malinconico maual della cantatrice: il coro ne ripetè le ultime note, e i tocchi del tar o tamburello annunziarono che la canzone era finita.

— Come mai potete gustare una tal sorta di cantilena? mi disse il sig. Oscar, che m'avea visto tutt'orecchi.

— Capisco, risposi, come, avvezzo alle musiche d'Europa, voi non possiate a tutta prima gustar questo canto, e vi faccia meraviglia la mia ammirazione, e quella ben più viva che vedete scolpita qui su tutti i volti; ma se foste da qualche tempo in questo paese, vi assicuro che ne provereste ben altro effetto; tanto più se vi fosse inteso il senso di queste canzoni.

— E quale è il senso della canzone testè cantata?

— Eccovelo: è una donna che si lagna della morte del suo amante:

«Quale profumo dell'Arabia Felice, qual fiore del giardino dei genii, qual voluttà di giovinezza è più dolce della tua rimembranza, o amante mio, o mio diletto? Chi mi sa dire se col dileguarsi del nostro ultimo dì si ritrovano nel soggiorno del riposo eterno le persone amate e le gioie ineffabili dei tempi trascorsi? O caravane celesti! o angioli consolatori! fateci sentire le melodie con cui incantate i cieli. Diteci, diteci se Colui che nella sua sapienza ci strappò quaggiù l'uno dall'altro, ha possanza di riunirci in cielo».

La cantatrice cantò dipoi due altre canzoni, sempre seguite ciascuna dal canto in coro e dai tocchi del tar: la prima era lamento di schiava amata, poi negletta e venduta; la seconda, imprecazione d'amante derelitta. Le venni traducendo al mio compagno così: