2.—Ammessa l’anomalia del delitto, le leggi che ne accompagnano la genesi e lo sviluppo debbono presiedere fin dai fattori elementari dell’attività psichica; da quando incomincia la organizzazione della coscienza criminosa con integrazione degli elementi costitutivi.
Nella serie dei rapporti interni con i fenomeni esterni, in particolar guisa se trattasi di conoscenza di fenomeni sociali, la norma che ne regola la disamina e la nozione è quella che non si scosta dalla costanza di realtà delle cose. Sorprendere e concepire la realtà dei fenomeni esterni val quanto sentire e rappresentare nel campo visivo della coscienza la identica attualità statica o dinamica di ciò che corrisponde alla verità degli obbietti presi a considerare. Il che, a ben riflettere, non si verifica se le condizioni antropologiche del soggetto non sono in istato di equilibrio funzionale; se tra esse non esiste coerenza di facoltà ed armonia di atti. Or, nella dinamica del mondo psichico in relazione col mondo esterno, l’alterazione di funzionamento avviene o perchè l’obbietto della cognizione non si percepisce adeguatamente per difetto dei sensi, o perchè, percepito, non si assimila che in modo erroneo. L’errore è relativo o alla conoscenza o all’affettività, perchè o nasce da alterazione di nessi di causalità, o è prodotto da esuberanza passionale del sentimento che ci offusca la mente e fuorvia la volontà. Dicendo condotta retta, vogliamo intendere conformazione delle nostre azioni alla realtà delle esigenze sociali: con lo scostarci dalla realtà non soltanto neghiamo implicitamente ed esplicitamente il nesso intrinseco di verità tra le cose, ma ci allontaniamo dalla maniera onde le cose ci si rappresentano.
Ciò premesso, osserviamo che la legge principale di anomalia del delitto è inerente allo stato di squilibrio di coscienza in contatto col mondo esterno; essa si concreta nella tendenza ad alterare l’ordine reale delle cose col seguire dettami di falsa logica. Questa tendenza, che assomma i coefficienti psicofisici degenerativi, si sostanzia nella preponderanza di sentimenti egoistici e nel difetto di adattamento di relazione.
3.—L’ordine morale, o armonia di doveri e di diritti, non è che adattamento di arresto delle tendenze individuali entro i limiti imposti dalla necessità della vita in comune. Nel detto arresto è riposto il fondamento del dovere etico. Chi non possa o non sappia comprenderlo trovasi straniero tra simili: in lui gl’impulsi alla soddisfazione dei bisogni s’impongono senza freno e la vita di relazione si svolge attraverso continui sacrificî della felicità altrui per assicurare la propria. Si consideri la fase evolutiva dell’anima del criminale: ogni tappa sulla via del delitto è segnata da un accumulo e da una scarica di energia; accumulo il quale, in definitiva, non appare altrimenti che quale aumento di attitudine a date azioni esteriori, mediante l’opera dell’adattamento. Gli atti psichici, dalla sensazione alla volizione, sia che integrino o che disintegrino la coscienza, sono riducibili ad accumulo o scarica di energia: in altri termini, essi sono gli equivalenti di stimoli ed impulsioni, isolate od organizzate, nel ritmo perenne della vita dello spirito.
4.—Il processo qui descritto di selezione organica è specialmente l’effetto di autosuggestione motrice. La vita sensitiva e la percettiva, addivenute coscienti, si convertono in cause interne di analoghi atti esteriori. Si giunge così—attraverso mutamenti di coscienza—a rinnovare di continuo la fisonomia della personalità, pur rimanendo integra l’unità sostanziale. Ma questi rinnovamenti non restano inefficaci: essi finiscono con lo scuotere le basi naturali dell’io e col creare delle inclinazioni, dei sentimenti e delle volizioni per lo innanzi sconosciute.
In ciò è a segnalare lo sforzo sopportato per fissare il motivo così da renderlo centro del nucleo accumulativo di energia la cui azione immediata è di mutare i precedenti stati di coscienza nel novello stato che è l’ambiente morale meglio adatto agli ulteriori gradi evolutivi degli interni atti psichici. I modi, onde il novello stato di coscienza si esplica, sono: a) di sopire o reprimere le correnti di attività psichica inerenti agli accumuli di energie di precedenti stati; b) di creare novelli centri di impulsività in proporzione della spinta del motivo; c) di restringere o allargare il campo visivo della coscienza nei confini permessi dalla efficacia quantitativa della energia volontariamente accumulata.
Il motivo, tuttochè sia da noi concepito quale unità astratta, è, a sua volta, risultanza di coefficienti dinamici decomponibili. L’idea di offesa comprende tante idee sottostanti; il sentimento ed il concetto della dignità personale violata, l’ingiustizia dell’atto, le conseguenze del medesimo e via dicendo. «In un pensiero—scrive l’Ardigò—anche singolo, di un uomo, molti e diversi sono gli elementi psichici costitutivi: come gli elementi materiali in ogni individualità fisica. E l’unità propria di un pensiero non è altro che il fenomeno accidentalissimo della concorrenza dei momenti mentali, che entrano a formarlo; vale a dire, in ultima analisi, delle sensazioni elementari e dei tenuissimi risentimenti non avvertiti ed innumerevoli, nei quali ciascuna di esse si risolve»[26]. L’estimare l’idea di offesa nel senso logico di causa a reagire o di forza motrice alla vendetta, trascurando gli elementi onde promana, sarebbe grave errore, poichè si verserebbe nella ipotesi di spiegare l’ignoto con l’ignoto; l’ignoto della ragione del delitto con l’ignoto insito a ciascun elemento inavvertito del motivo impulsivo all’azione.
Raccogliendo le esposte osservazioni e facendone l’applicazione alla nostra disciplina, abbiamo l’infrascritta legge: che nella serie consecutiva di stati di coscienza, per l’accumulo o la scarica di energia criminosa, la risultante impulsiva al delitto è proporzionata alla somma degli elementi psichici del motivo.