5.—Non basta: proseguendo l’analisi degli elementi del motivo, ci troviamo a considerare i rapporti dinamici e logici tra gli stessi. Così, nella idea di offesa, gli elementi sopra enumerati si compongono diversamente tra loro e la diversità trae al risultato: a) di differenza qualitativa o quantitativa del motivo; b) di modalità o fisonomia peculiare del medesimo. Il predominio della idea di dignitá individuale violata, su i rimanenti componenti della idea di offesa, ci trascinerà, per esempio, a ricorrere ad una riparazione per le vie cavalleresche; prendendo la reazione, dirò così, fisonomia più analoga allo stato di civiltà in cui si vive.

Il sentimento di ingiustizia dell’atto, se accompagnato da ambiente morale corretto del paziente, indurrà costui a ricorrere all’ausilio della legge. Ma, data la preponderanza, nell’offeso, di energia reattiva impulsiva, con deficiente potere di arresto, si vedrà subito l’effetto di immediata personale vendetta.

6.—Gli elementi dei motivi criminosi s’integrano per processo organico, ovvero accidentale. L’integrazione organica è per sovrapposizione di fattori similari agli ereditarî. La tendenza ereditaria, per esempio, ai reati di sangue non raggiungerà subito il grado estremo; ma si rafforzerà durante la perpetrazione di reati consecutivi, passando dai delitti di lesioni all’omicidio; il che, nei riguardi della forza dei motivi, vi dice che gli elementi, onde questi si compongono, acquistano efficacia maggiore secondo la progressiva integrazione nel tempo.

La integrazione si concreta o per concezione e discriminazione dei fattori fisici e sociali, o in virtù di esperienza. La serie cogitativa degli elementi del motivo, obbietto della conoscenza, comincia dalla oscura visione d’un mondo, dello spirito, confinante con l’inconscio, e si estende ed eleva alla forma più complessa ed evoluta del pensiero. Ne acquistiamo consapevolezza soltanto dopo che ne concepiamo la forza rinnovatrice di stati precedenti: ciò che ratifica la legge di relatività, secondo il concetto di Bain, il quale ammette che noi non percepiamo una impressione, non diventiamo coscienti senza un cambiamento di stato o d’impressione.

Il processo di discriminazione comincia dal momento che, accumulato il materiale integrativo del motivo, ci sentiamo in grado di porre tra gli elementi una distinzione qualitativa o quantitativa. Colui che voglia dare sfogo all’ira, col far ricorso alla vendetta, dapprima avverte in complesso i coefficienti determinanti all’azione criminosa, non scorgendo innanzi a sè che l’intento d’un castigo da infliggersi all’avversario; poscia egli distingue e misura la importanza (qualità) e la efficacia (quantità) di ciascuno dei detti coefficienti in relazione al fine da conseguire pel mezzo del delitto.

La esperienza completa la discriminazione, dando peso, per la conoscenza degli effetti degli atti a compiersi, al valore rappresentativo e logico di ciascun elemento del motivo. In che mai va riposto questo valore? Nella possibilità maggioro o minore di creare il nesso causale tra la idea astratta del motivo e l’intento ultimo e reale del delitto: possibilità la quale, relativamente alla ricerca della prova, si traduce in quel perchè logico di imputabilità generalmente inteso con la espressione di causale a delinquere.

7.—Un’altra legge qui ricorre: quella di conservazione di sviluppo dei fattori psicofisici del delitto. Lo sviluppo non significa soltanto accrescimento dinamico dei fatti, o aumento della energia risultante pel composto organico degli stati di coscienza; ma significa ben anche maggiore coerenza degli stati di già rassodati.

La educazione morale, abituandoci all’idea del bene, alla pratica della virtù, forma il tipo dell’onesto; l’azione lenta o rapida, che sia, del male, aiuta i germi degenerativi a metter radice e a crescere; il rigoglio, che ne segue, è effetto duraturo di alterazione e ricomposizione di sopravvenuti stati di coscienza.

Insomma, la energia criminosa, conservandosi, non perde le forme psichiche acquisite; onde, in estremo limite, i caratteri differenziati delle specie di delinquenti. È interessante osservare, oltre al già detto, che la enunciata legge di conservazione è soggetta ad un ritmo di qualità morali, che indicherò col principio di compensazione di qualità negative. I termini più opposti e contrarî si compensano con costanza infallibile.

Potremmo tracciare una tabella quasi esatta per scriverci, l’una accanto all’altra, qualità di natura opposta e che pure ricorrono nei singoli individui. La timidezza, per esempio, è compensata dall’astuzia; la mancanza di discernimento e di riflessione è compensata da grande impulsività. Sono osservazioni di pratica comune; caratteristiche non sfuggite a scrittori di antropologia criminale. Ma che questo debba riferirsi ad una legge, non credo sia stato detto.