Krafft-Ebing scrive: «Tra gli arresti di sviluppo e le alienazioni mentali v’ha un gruppo intermedio che comprende delle forme psicopatiche le più svariate a seconda dei varî individui. Esse, in rapporto con le malattie mentali propriamente dette, vanno considerate come dei semplici vizî di conformazione, e tra questi e quelle intercorre la stessa differenza che passa tra una anomalia di sviluppo ed una malattia. Del resto, la parentela che queste speciali forme, di cui veniamo ad occuparci, hanno con le malattie mentali è dimostrata prima di ogni altra cosa dal fatto che quelle molto spesso rappresentano il rudimento, il periodo premonitorio, od uno stato di transizione alle psicosi vere e proprie. Immenso è il pericolo che corrono questi individui di perdere il labile equilibrio. A ciò portano facilmente le critiche situazioni nelle quali essi facilmente si trovano a causa della loro stravaganza e del deficiente adattamento alla vita sociale, in dissolutezze di ogni genere (eccessi sessuali, alcoolici, ecc.), ai quali essi sono singolarmente predisposti a motivo della deficiente evoluzione del loro carattere, dell’astenia del loro sistema nervoso e dell’anomalia della loro vita istintiva, ed in fine a causa delle passioni e delle nevrosi le quali rappresentano una delle molte manifestazioni della labe organica da cui sono bollati.—Ora, appunto per il fatto che le loro funzioni psichiche più elevate in parte non hanno raggiunto la loro maturità di evoluzione ed in parte sono foggiate in modo pervertito; e altresì per il fatto che in conformità di ciò questi individui deviano dal normale sviluppo psichico e da ciò che costituisce il normale processo di formazione della individualità psichica, essi si possono designare come dei degenerati e l’anomalia della loro esistenza psichica come una degenerazione psichica.—Questi stati degenerativi hanno dei punti di ravvicinamento e di transizione negli stati d’arresto di sviluppo, inquantochè anche in quelli si tratta, in definitiva, di un cervello in via di sviluppo che in questa sua evoluzione naturale viene disturbato per delle cause organiche. Per altro, questo danno che il cervello viene a risentire non ne ferma addirittura l’ulteriore sviluppo in modo da portare per effetto finale la idiozia o una imbecillità; chè anzi permette che esso sviluppo progredisca; soltanto ciò avviene in una direzione morbosamente pervertita e spesso in maniera incompleta. Questo disturbo della evoluzione cerebrale, pur non portando, come dicemmo, ad una vera e propria debolezza mentale (a meno che nei casi in cui trattasi di forme di transizione), rende difettoso lo sviluppo delle funzioni psichiche più elevate (giudizio, sentimenti ed idee morali). Mentre il processo formale della ideazione può essere risparmiato, la elaborazione delle intuizioni fondamentali ed universali superiori, sia nell’orbita della morale che in quella della ragione e che guidar debbono un ben determinato volere, è incompleta e non può farsi addirittura.
Ne risulta che in questi individui manca il carattere e lo spirito di penetrazione del valore, dei doveri e dell’importanza della propria esistenza. Le conseguenze psichiche di ciò sono la inettitudine a raggiungere ed a mantenere una posizione nella società; la incapacità a pensare e ad agire con salda energia e con coscienza sicura dello scopo a cui mirasi, ad utilizzare i mezzi, come, ad esempio, il danaro, a conseguire uno scopo elevato nella vita; la incapacità a condursi secondo i dettami della morale, con il pericolo di dover soccombere ad istinti immorali ed anche criminosi, i quali, per giunta, per lo più sono pervertiti e si fanno sentire con una potenza veramente morbosa. Il pubblico non vede in questi individui che dei vagabondi, della gente di scarsa moralità, degli scialacquatori, dei delinquenti; l’uomo di scienza, invece, vi riscontra le stigmate di un infralimento delle funzioni psichiche più elevate, il quale può a volte aver i caratteri di una vera e propria imbecillità.—Questi stati degenerativi si distinguono poi dalle psicosi—quali malattie acquisite di un cervello che nella maggior parte dei casi ha raggiunto il suo completo sviluppo e che fin qui ha funzionato normalmente,—per il fatto che sollecitamente e stabilmente le funzioni psichiche si alterano, per il sopravvento che le anomalie dei sentimenti superiori e degli istinti ed in generale del carattere prendono sopra i fenomeni intellettuali (imbecillità, delirio, illusioni sensoriali); però anche sotto questo rispetto è da avvertire che talvolta trovansi delle sfumature e delle forme di transizione per il fatto che su questo fondo degenerativo si possono sviluppare, sia a mo’ di episodio o come forme terminali, delle psicosi. Talchè può dirsi che in questi stati degenerativi l’intimo nucleo della personalità psichica venga colpito mentre trovasi in via di sviluppo»[27].—Ed il Sergi: «Di che parlano quelle anomalie, quelle deformità, quegli stati morbosi, quelle perturbazioni funzionali, quando s’incontrano nel delinquente? di che sono indizio? Ricerchiamo. O l’organismo psichico non si è mai formato, o è in dissoluzione; manca l’equilibrio delle funzioni e manca assai spesso qualche elemento integrante dello stesso organismo psichico. Il carattere o non esiste affatto, o è a frammenti, mescolati i nuovi coi vecchi strati e confusamente. La condotta diventa frammentaria e perciò squilibrata. L’organismo psichico, cioè, non è normale, quando non è normale il fisico; l’abnormità totale o parziale di questo apporta abnormità analoga in quello: ciò è una condizione morbosa»[28].
11.—La unilateralità della teoria degenerativa del delitto segna una fase dell’antropologia criminale, con i nomi, specialmente, del Morel, Lucas, Ferrus, Despine, Thompson, Wilson, Nicolson, Maudsley, Féré. Oggi appena, con i progressi fatti dalla psicologia sperimentale e dalla psichiatria, i due campi dell’antropologia criminale, il psicologico ed il patologico, hanno proprî confini delineati. È quindi oggi possibile integrare le cognizioni tutte scientifiche intorno alla psiche del delinquente, seguendone le ricerche funzionali nella fase affatto normale o fisiologica e nella fase patologica, nello stadio di evoluzione e nello stadio di dissoluzione.
12.—La fenomenologia clinica degli stati morbosi, a cui si riferisce la fase degenerativa di dissoluzione della umana personalità, è svariatissima quant’altra mai. La ereditarietà ha importanza principalissima, fino ad ammettersi che vi sieno intere famiglie fatalmente destinate alla degenerazione criminosa. Nel campo della funzionalità sensitiva spesso verificasi una abnorme suscettibilità; dal lato sensoriale si trova la propensione alle iperestesie, fin anco alle allucinazioni, ed una accentuazione estremamente energica e talvolta anche pervertita (idiosincrasia) delle percezioni piacevoli o spiacevoli; in ciò che si riferisce alla funzionalità vasomotoria si manifesta il labile equilibrio dei centri nervosi; dal lato della motilità si riscontrano, quali residui del disturbo funzionale indotto da quei processi morbosi che colpirono il cervello durante la vita fetale o l’età infantile, il nistagmo, lo strabismo, le paralisi spastiche, gli accessi epilettici ed epilettoidi, ecc.; oppure, quali estrinsecazioni di una reattività convulsivante agli stimoli sensitivi, le smorfie della faccia, il tic convulsivo e via dicendo (Krafft-Ebing).
Nel campo della ideazione manca la coordinazione, la coerenza; vi è, ora sistematicamente ora ad intervalli, insorgenza di idee coatte, di intenti fissi o a sbalzi, senza motivi o interesse reale.
La vita affettiva è disturbata da impreveduti turbamenti, da morbosa eccitabilità, che dà luogo, il più delle volte, a passioni impulsive, ad atti irresistibili. Nell’animo di cotesti degenerati ora evvi la calma ed il sereno, ora la tempesta e l’uragano: manca il centro sicuro di gravità delle correnti psichiche, manca qualunque freno morale. La facoltà che più se ne risente è la volontà, che è debole, ed obbedisce alla azione rapida di stimoli accidentali, in forma esplosiva; ovvero mostra impronte di tanta apatia ed indifferenza da far sospettare che qualunque energia personale siasi spenta. Il delitto, che sì di frequente corona l’opera disordinata di costoro, finisce col concorrere a prestare le occasioni di più celere dissoluzione psichica. La vita in prigione, tra stenti, al contatto di altri degenerati, che facilmente si prestano a porgere l’esempio e le istruzioni del male, crea l’ambiente meglio adatto di pericolosissimo contagio morale, le cui tracce restano, durante la vita seguente, a maggiormente disintegrare le poche attitudini che ancora rimanevano in istato di integrità.
In generale, la media della intelligenza—nei degenerati—delinquenti—è molto bassa. Molte volte noi ci inganniamo alle apparenze. Confondiamo l’intelligenza con l’astuzia, con l’avvedutezza nel disimpegno di peculiari atti della vita. Chi è abituato, però, a frequentare la popolazione carceraria, ed a studiarla, si accorge subito che la media dei delinquenti è affetta da palese depressione psichica e che coloro, i quali mostrano maggiori anomalie fisiche teratologiche od atipiche, sono anche meno adatti ad un’associazione ideativa coordinata o ad atti volitivi coonestati da intenti logici. «Malizia, simulazione ed insensibilità—scrive il Marro—sono i tratti caratteristici di questi miserabili, discendenti quasi sempre di genitori alcoolisti, neuropatici od alienati. Le sorgenti dell’affettività sono in essi pressochè inaridite: disamorati della famiglia, incapaci di amicizia ai compagni, essi sono indifferenti per lo stesso loro benessere, che ogni momento compromettono, ed incuranti della propria vita, di cui per un nulla tentano spogliarsi col suicidio. La loro esistenza segna un tormento continuo per tutti; per le famiglie cui procurano mille angustie, non che per la società che è continuamente minacciata dalle stranezze dei loro impulsi; ed in carcere, dopo avere stancate guardie e direttore, vengono colle loro finzioni e simulazioni a mettere in imbarazzo il medico, il quale, mentre le scopre, è obbligato a riconoscere l’anormalità del loro stato psichico ed a tenerne conto nei giudizî che emette su di essi, non che nel trattamento che adotta a loro riguardo»[29]. Son cotesti i caratteri spiccati della forma più culminante della dissoluzione psichica, la forma della pazzia morale. Essa, secondo le osservazioni fatte dal Marro e che corrispondono a verità, è così connaturata coi delinquenti che il numero dei pazzi, a stretto rigore, abbraccierebbe buona parte di quanti frequentano il carcere.
13.—Il psicologo criminalista, contemplando il delinquente nella doppia fase, di uomo il cui organismo psicofisico si distingue per speciali anomalie e di un degenerato affetto da grado più o meno di dissoluzione, ha il dovere di domandarsi: come si farà a porre un criterio teoretico il quale riesca sufficiente, nella pratica, a far bene indicare quando, per assodare la causa del delitto, si debba far ricorso al processo evolutivo di energia criminosa, e quando si debba accontentarsi di constatare l’azione morbosa di qualche affezione patologica? Ben osserva il Maudsley, che come in tutti i fatti naturali v’hanno gradazioni d’intelligenza dal genio all’idiozia, così ancora, secondo la legge naturale, v’hanno gradazioni della forza morale fra la suprema energia d’una volontà ben costrutta e l’assenza completa del senso morale. Ed in oltre, egli aggiunge: fra il delitto e la pazzia corre una linea intermedia; da una parte osservasi poca pazzia e molta perversità; dall’altra è insignificante la perversità e tiranna la pazzia[30].
Insomma, ritornando a quanto già scrivemmo, lo squilibrio psicofisico, caratteristica del delinquente, allorchè si arresta a semplice anomalia funzionale o percettiva o di stati di coscienza, ci faculta a servirci delle comuni nozioni che sono il fondamento della imputabilità; se poi esso giunga a prendere le parvenze di stato patologico, effetto di disintegrazione psichica morbosa, ci costringe a ricorrere al giudizio peritale del medico, con previsioni di trovarci dinanzi piuttosto ad un infermo che ad un delinquente.