Abbiamo visto che tale attività criminosa percorre un primo periodo embrionale o di formazione, la cui nota culminante è lo stato tuttavia involuto degli elementi che poscia, allo stadio di sviluppo, debbono, per effetto di selezione organica, attingere il grado di omogeneità e distinzione. Or, dopo che con l’uso dell’analisi ci siam resi conto dei coefficienti dinamici di ciascuno dei due sovraccennati stadî, possiamo, adoperando vedute sintetiche, completare la nostra conoscenza, che deve, poscia, facilitarci la via per più difficili induzioni e deduzioni pratiche e scientifiche.
Nello stadio di formazione, embrionale o ontogenetico, il prodotto psichico del delitto prende la forma istintiva, immanente, quasi automatica. L’animabilità ha predominio incondizionato. Il contrasto di correnti antagoniste segue il ritmo sincrono: le energie si mantengono nello stato di latenza; ma, appunto perchè poco coerenti, sfuggono al potere di controllo e di arresto. A volte, se un forte stimolo ne ecciti la scarica, riappariscono con scoppî istantanei ed imprevisti; poi, incontrando difficoltà a fondersi ed assimilarsi con le energie esterne trasformate, ritornano in istato di inerzia accompagnata da equilibrio stabile.
3.—La concezione artistica più perfetta, che io mi conosca, di questo stadio di formazione psichica del delitto, credo sia il Caliban della «Tempesta» di Shakspeare. Altrove ne scrissi, dimostrandone segnatamente il lato dell’azione inconscia[46]; qui ne completerò l’esame, che tornerà molto utile per concretare gli esposti criterî scientifici.
Caliban, deforme e selvaggio, era figlio della strega Sicora, che per mille malefizî e sortilegi fu sbandita da Algeri e confinata in un’isola ov’ella si sgravò. Prospero, privato, ad opera di suo fratello Antonio, del ducato di Milano, venne insieme alla figlia Miranda abbandonato in alto mare, alla balìa dei venti, e capitò di approdare all’isola di Caliban. Costui fu subito spogliato del possesso dell’isola, e, poichè egli era un essere stupido, un mezzo idiota, il buon Prospero lo commiserò, prese il fastidio di insegnargli a parlare, ed a conoscere ora una cosa ora l’altra. Ma, ad onta di tali insegnamenti, nessun essere buono poteva sostenere il suo ignobile contatto: fino a che, quantunque trattato umanamente ed albergato nella stessa cella del benefattore, un bel giorno osò attentare all’onore di sua figlia! La bestia umana si svegliava cogli impulsi del senso. Prospero ne comprese la natura di fango e lo assoggettò ai più bassi e degradanti uffici. Non l’ombra d’un rimorso turbò l’anima dello schiavo, che, alla deformità del corpo, per degenerazione ereditaria, univa istinti e sentimenti criminosi, indole perversa, odio profondo irresistibile contro Prospero che gli carpì quell’isola, a lui appartenuta per cagione di sua madre Sicora.
La bellezza, la innocenza di Miranda avrebbero dovuto agire, con forza rigeneratrice, sull’anima di Caliban; ma questi nulla poteva sentire di elevato, ed ai rimproveri di Prospero per la immonda azione, invece di scusarsi, risponde: oh, oh ... così fossi riuscito! Tu me lo impedisti, altrimenti avrei popolata quest’isola di Calibani!»
Le continue esplosioni di mal compresa ira, le invettive fiorite sì spontanee sulle labbra del mostro, tuttochè a lui fossero minacciati atroci castighi, vi fanno indovinare che la sua psiche era tuttavia involuta, sotto l’azione immanente di stimoli senza freno, non illuminata dalla luce del vero, non confortata dal desiderio del bene. La scena seconda del secondo atto è tutta una rivelazione incomposta della natura primitiva e bestiale dell’uomo. Caliban, con un carico di legna, si avvia verso casa di Prospero: si ode il rumore del tuono e lo schiavo non sa che profferire maledizioni di odio e di vendetta. «Tutte le infezioni—egli esclama—che il sole estrae dalle acque stagnanti, dalle paludi e dai pantani, cadano su di Prospero e lo convertano in tutto una piaga. I suoi spiriti mi ascoltano, e nondimeno mi è forza il maledirlo!» La fantasia, non sorretta dal sussidio della ragione, facilmente si turba ed è preda di balorde illusioni. Caliban crede nella grande arte magica di Prospero: vede attorno a sè scimie che gli fanno i versacci; tal’altra ei son ricci che gli stan sotto i piedi ignudi appuntando le loro spine; spesso egli è tutto fasciato di serpenti, che colle loro lingue forcute gli sibilano nelle orecchie in modo da farlo diventar pazzo. Egli vede avvicinarsi il buffone Trinculo e, prendendolo per uno spirito, gittasi bocconi per terra, sperando di non esser visto. Gli si avvicina Stefano e Caliban prende lui e Trinculo per discesi dal cielo. È appellato mostro assai balordo, debole e credulo, ed è schernito; ma egli di nulla si risente ed a coloro che lo insultano risponde con atti sommessi, con parole melate, con profferte di obbedienza e di servitù. Traspare, nonpertanto, in tutto ciò, l’istinto vendicativo del criminale e l’accenno a qualche disegno delittuoso che cominciava a profilarsi ed a prender forma nella mente. Il mostro—ed è qualità di animi degenerati—abbassa la sua dignità fino a voler leccar le zampe a Stefano; lo circuisce, lo lusinga, lo attrae a sè soffrendo le più atroci ingiurie, gli scherni più inumani. Dimentica ogni cosa che lo circonda, non pensa che alla vendetta, a procacciar la morte di Prospero con orrendo assassinio. In quell’anima mostruosa, impasto informe di degenerazione ereditata dalla strega Sicora, la donna da’ sortilegi e da’ malefizî, e di sentimenti sistemati, per lungo adattamento, di odio cieco e di malfrenata ira, il delitto si vien disegnando con tinte fosche, con particolari di inaudita ferocia. La simulazione, l’astuzia, trasparenti nel linguaggio accorto e melato, si scovrono; il criminale, in formazione, non sa concepire le difficoltà del progetto, non vede ostacoli: la vendetta si materializza, e la mente, funestata da luce vermiglia di sangue, gode di prospettare innanzi a sè la scena omicida; ei ne racconta i particolari ed anima Stefano a metterli ad esecuzione. Promette di accompagnare costui alla capanna di Prospero; glielo farà trovare addormentato e potrà conficcargli un chiodo nella testa!
E, come se ciò non bastasse, aggiunge: «egli ha il costume di dormire dopo il mezzodì; allora potrai strappargli le cervella, essendoti prima impadronito dei suoi libri; o potrai con una pertica fendergli il cranio, o sventrarlo con un palo, o tagliargli l’arteria maestra col tuo coltello. Ricorda di impadronirti prima dei suoi libri, chè, senza di essi, egli non è che uno sciocco come son io, nè ha più uno spirito al suo comando ... Ma il più importante è la bellezza di sua figlia; egli stesso la dice incomparabile; non ho veduto altre femmine che mia madre Sicora e lei; ma ella è così superiore a Sicora, come quello che v’è di più grande è superiore a quello che vi è di più piccolo».—L’odio è tal sentimento che, se mette nel cuore le radici, aduggia e perverte ogni impulso, sia pure sensuale, istintivo, fortemente passionale. Il pervertimento morale spinge, fin’anco, Caliban a persuadere Stefano al delitto, solleticandolo colla speranza della conquista di Miranda, la bella fanciulla pel cui amore perdette le grazie di Prospero—È proprio così bella fanciulla?—dimanda Stefano: ed egli: sì, monsignore; starà a meraviglia nel tuo letto, te ne assicuro, e ti darà una magnifica prole»—Stefano è deciso: «mostro, io ucciderò quell’uomo; sua figlia ed io saremo re e regina». Gli assassini son pronti al delitto; ma Prospero è sull’avviso. Egli è compreso di meraviglia per l’indole sì perfida di Caliban: «un demonio, un vero demonio, per cui l’educazione può nulla; per cui vane, interamente vane furono tutte le pene che pietosamente mi presi; e, come, col crescer degl’anni, cresce la sua deformità corporea, così si corrompe la sua anima». Avvicinasi il momento di operare; Stefano, Trinculo sono presso la grotta di Prospero: Caliban, nell’ebbrezza di entusiasmo e di gioia pel delitto, esclama: «te ne prego, mio re, fermati. Vedi tu costà? Questa è la bocca della grotta: entra senza strepito. Compi questo bel maleficio, che farà tua sempre quest’isola, ed io, tuo Calibano, leccherò per sempre i tuoi piedi». Ma essi sono assaliti da parecchi spiriti sotto forma di cani che, incitati da Prospero e da Ariele, si avventano sui tre malandrini e li mettono in fuga.
Caliban, tanto deforme, come Prospero afferma, nella parte morale come nella fisica, insuscettibile di miglioramento, si arresta involuto tra le tendenze della bassa animalità. Non l’idea del vero, non il sentimento del dovere han presa in quella coscienza mostruosa: solo la fantasia, facoltà puramente sensibile, talora gli apre la mente alla visione di immagini e di cose che, dilettandolo, lo sollevano ad una sfera alquanto superiore: in quel momento la bestia tace e spunta l’uomo, al cui sguardo appariscono novelli orizzonti di idealità e di bellezza. «Non aver paura—Caliban dice a Stefano—l’isola è piena di suoni, di rumori, di arie dolci, che dilettano e non fan male. Talvolta sento mille istrumenti sonori a rombarmi all’orecchio; e talvolta odo voci che, se mi fossi anche allora svegliato dopo un lungo sonno, mi fanno dormir di nuovo; poi, nei miei sogni mi sembra di veder aprirsi le nubi, per mostrarmi in procinto di cader su di me le più belle cose; e allora, svegliandomi, desidero di sognare ancora!».
4.—Altro tipo di delinquente in formazione, meravigliosamente abbozzato, è il Tersite di Omero.