Non venne a Troia di costui più brutto
Ceffo: era guercio e zoppo, e di contratta
Gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
Di raro pelo..........[47].
In lui l’istinto della malvagità si era arrestato al disotto della soglia della coscienza criminosa: non il delitto, ma i bassi sensi dell’odio, dell’invidia lo mettevano in mostra e gli procacciavano la repugnanza o lo scherno di tutti. Se l’assemblea del popolo si riunisce per udire i progetti di Agamennone, e se Ulisse interviene, assieme a Nestore, per esortare i Greci a proseguire la guerra, il petulante Tersite non resta di gracchiare e fa tomulto.
Avea costui
Di scurrili indigeste dicerìe
Pieno il cerébro, e fuor di tempo e senza
O ritegno o pudor le vomitava
Contro i re tutti; e quanto a destar riso
Infra gli Achivi gli venia sul labbro,
Tanto il protervo beffator dicea[48].
Le rampogne del triste, senza motivo, erano l’effetto di impulsività perversa: egli rivolse ad Atride ingiurie atrocissime. Ma gli fu sopra repente il figlio di Laerte e, guatandolo torvo, gridò:
Fine alle tue
Faconde ingiurie, ciarlator Tersite;
E tu, sendo il peggior di quanti a Troia
Con gli Atridi passar, tu audace e solo
Non dar di cozzo ai re, nè rimenarli
Su quella lingua con villane arringhe,
Nè del ritorno t’impacciar; chè il fine
Di queste cose al nostro sguardo è oscuro,
Nè sappiam se felice o sventurato
Questo ritorno riuscir ne debba[49].
Così dicendo, gli percuote con lo scettro le terga e le spalle; il manigoldo si contorce e lagrima dirottamente:
Di dolor macerato o di paura
S’assise, e obliquo riguardando intorno,
Col dosso della man si terse il pianto[50].