Gli Achivi si rallegrarono di quella scena; in mezzo alla tristezza sorse il riso e vi fu chi (interpetre della comune opinione) dicea:

Molte in vero d’Ulisse opre vedemmo
Eccellenti e di guerra e di consiglio;
Ma questa volta fra gli Achei, per dio!
Fe’ la più bella delle belle imprese,
Frenando l’abbaiar di questo cane
Dileggiator. Che sì, che all’arrogante
Passò la frega di dar morso ai regi?[51].

5.—In delinquenti di simile specie nè la minaccia della legge, nè la sanzione o morale o sociale han freno di sorta: il potere assoluto dell’animalità non ancora differenziata in tendenze più umane, avendo la insidenza in organismi in formazione ed a cui l’avvenire forse, sviluppando i germi del male, contrapporrà i rimedî del bene, priva l’individuo di regolare le proprie azioni con intenti altruisti e lo tiene stretto alla dura necessità istintiva. Per i medesimi, ugualmente che per qualunque delinquente a forma tipica di degenerazione organica, va ben appropriato ciò che Tucidide mette sulle labbra a Diodoto, che, combattendo l’opinione di chi consigliava doversi dar morte a quei di Mitilene, osserva: «l’uomo è tratto dalla sua stessa natura ad errare; nè vi ha legge atta a ritenerlo; ed invano sono stati trovati e profusi i più crudeli supplizî per tenere in freno i malvagi. Ed egli è a credere, che ab antico fossero assai più miti le pene, ma che, non valendo a porre riparo ai misfatti, elle s’inacerbissero fino al punto di punire di morte. Ma, per dirla in brevi parole, ella è stolta cosa il credere che le leggi o il timore di ogni più grandissimo male ritenga l’uomo dall’errare, allorchè vel trascina una irresistibile natura»[52].

6.—Il delitto, allo stadio di sviluppo, si trasmuta in forza specifica del complesso organismo individuale. Gli elementi, innanzi discorsi, concorrono tutti insieme, o in parte, a plasmare il nuovo essere, che, differenziandosi, prende il suo posto di dinamica sociale col causare effetti disorganizzatori del concetto etico e giuridico di ordine. La nuova personalità può percorrere tutti i gradi ascendenti di integrazione anomala, dal più basso, a cui appartiene il crimine per assenza ereditaria di controstimoli e per deficienza di attività intellettuale, al più alto rappresentato dal delitto geniale, preparato ed accompagnato dal proteiforme corteggio di astuzia, di riflessione, di tradimento, di insidia: onde più grande sorge il pericolo sociale e più urgente l’obbligo di prevenzione e di repressione. Accetto la teorica del delitto naturale escogitata dal Garofalo, consistente in un fatto nocivo dei sentimenti altruisti elementari, la pietà e la probità. Ma, a dir vero, simile teorica, tuttochè scientificamente sostenibile, non ha che valore puramente metodico; essa, limitandosi alla parte sopra tutto emotiva dell’azione criminosa, ne trascura i rimanenti fattori psicofisici, che, organizzandosi, per tendenze ereditarie o attitudini acquisite, si assommano in intimo meccanismo individuale, con equivalenza e funzionamento di speciale energia.

Il meglio che sia possibile ci adopreremo di rendere vieppiù evidente il nostro pensiero; il che faremo col ricorrere a qualche esempio che possegga la virtù di metterci sott’occhio in forma vivente e drammatica quanto la scienza ci apprende. Nè ad altro sussidio potremo più opportunamente far capo che all’arte, la quale, come ben dimostrò l’Alimena, si accompagna con la scienza: ad ogni manifestazione scientifica, come ad ogni manifestazione sociale, corrisponde una parallela manifestazione artistica. E questo parallelismo non è nuovo, poichè esso è inerente alla natura umana; per cui, dato un problema, il quale, per così dire, acquista tanto volume da occupare buona parte dell’aria che si respira, ciascheduno deve assorbirne una parte, e, alla sua volta, la comunica agli altri, secondo le sue proprie attitudini[53].

Esamineremo Riccardo III di Shakspeare con uguale intento pratico ed esito abbastanza proficuo onde esaminammo Macbeth del medesimo, i Masnadieri di Schiller ed alcuni drammi di Ibsen. Per penetrare nei profondi ed oscuri abissi del cuore umano non havvi guida più fida che i lumi prestatici dall’arte, e, chi sappia servirsene, renderà più evidenti e sicure delle norme il cui valore altamente scientifico o non è, di per sè, bene appreso, o lascia sempre incancellabili tracce di dubbio.

7.—Iago e Riccardo III—scrive l’Alimena—sono i delinquenti per eccellenza: in essi, cercheremmo invano la più lieve orma di rimorso[54].

Non siamo interamente d’accordo; poichè, se Iago ordisce, pari ad un freddo ed abile giuocatore di scacchi, insidie all’altrui felicità, per odio e gelosia dell’altrui grandezza, non mostra di sentire l’impulso cieco aberrante del delitto: in lui la dissoluzione si arresta alla sfera della vita morale.

Riccardo III, invece, trova i germi di rassomiglianza nei grandi delinquenti del teatro tragico greco, in Egisto specialmente, e fu il modello cui ebbe presente Schiller nell’ideare Francesco dei Moor, questo tipo di criminale tra l’istintivo, il pazzo e l’impulsivo, rimasto famoso per chi ne comprenda l’importanza profondamente artistica e scientifica.

Riccardo III anche lui ha fondo ereditario degenerativo; il suo corpo, la sua anima troppo si rassomigliano. Egli, ruvidamente sbozzato, ha il viso asimmetrico; è deforme, zoppo, ridicolo nell’incesso: lo sa, e non osa rimirarsi allo specchio. Ma sa puranco di avere a disposizione una grande potenza malefica; e, poichè non gli è dato godere come gli altri, fa proposito di divenire uno scellerato e abborrire i frivoli diletti. Comincia l’infame vita di delinquente con l’uccidere Enrico VI; indi passa all’uccisione del di lui figlio Eduardo di Galles. Geloso del fratello Clarenza, usa insidiose macchinazioni per farlo venire in disgrazia del re e chiudere in prigione. La sua anima demoniaca è tutta palese fin dal principio dell’azione drammatica: Shakspeare, presentandolo intero nella sua mostruosità, ottiene l’effetto desiderato, di colpire la fantasia e di eccitare la riflessione a sprofondarsi nell’abisso dei misteri del cuore umano.