Siamo alla scena II dell’atto primo: si vede giungere un corteggio funebre; il corpo del re Enrico VI è portato in un feretro scoperto. Lady Anna, in gramaglia, lo accompagna e, versando amare lagrime, lo compiange ricordando il suo sposo Eduardo caduto vittima dalla stessa mano omicida di Riccardo. Costui si avvicina ed ordina che il feretro sia deposto: Anna lo redarguisce, lo insulta, gli ricorda il duplice assassinio, di Enrico e di Eduardo; dapprima egli nega, poi confessa con cinismo ributtante. Al ricordo, fatto da Anna, della virtù dello sposo, risponde, con scherno, dapprima che fosse tanto più degno del re del cielo che lo possiede; e poscia: riconoscente mi sia di averlo inviato in cielo, più adatto egli era a quel luogo che alla terra! Anna maggiormente se ne duole e lo maledice; ma qui avviene qualche cosa che davvero sorprenderebbe se la scienza non ci venisse in aiuto. L’energia criminosa è sommamente suggestiva: ce lo dimostra la psicologia dei meneurs, dominatori della folla delinquente; ce lo mostra l’esperienza di grandi malfattori dal fascino irresistibile nel destare ogni forma di passione nell’animo di persone che furono loro a contatto: Musolino conquistatore della protezione, della simpatia e dell’amore di donne di ogni ceto n’è esempio recente. Ebbene, avviene l’istesso per Riccardo: alla presenza d’un feretro, egli osa tentare il cuore di Anna; costei, dapprima sorpresa, poi renitente, in ultimo dubitante, finisce col cedere e col dare una promessa che era speranza di favorevole condiscendenza. Riccardo se ne meraviglia: Che!—egli esclama—Io che le uccisi lo sposo e il padre, trovarla nell’impeto del suo odio, colle maledizioni alla bocca, le lagrime agli occhi, accanto al testimonio sanguinoso che eccitava la sua vendetta, e in onta del cielo, della sua coscienza e di quel feretro..... io, senz’alcun amico che secondasse le mie preghiere, senza altro sussidio che l’inferno e i miei sguardi diabolici, vincerla? Sì, giuoco il mondo contro nulla, ch’ella è mia»[55].
Il colloquio con Margherita[56], l’infelice vedova di Enrico VI, è improntato ad un senso di ironia e di scherno, indice della insensibilità morale dell’omicida; anche il sentimento di gratitudine è messo in dileggio. Rimasto solo, Riccardo confessa a sè stesso le proprie colpe, le segrete tristizie che andava ordendo e che egli poneva a conto altrui. Fa porre in carcere Clarenza, e lo compiange, a suo dire, innanzi a molti stolti, quali sono Stanley, Hastings e Buckingham, sostenendo che la regina e la sua famiglia inveleniscano il re contro suo fratello. «Questo essi credono e quindi mi esortano a vendicarmi di Riverys e di Grey; senonchè allora io gemo e con un brano di scrittura dico ad essi che Dio ci impone di fare il bene per il male. Così è che io cuopro la mia perfidia col manto di quell’antica e strana morale, tolta dai libri sacri, e rassembro un santo allorchè recito le parti del demonio!»[57]. Allorchè la energia criminosa perviene a sistemarsi, convertendosi in potere specifico, atteggia tutta intera la coscienza, imprimendo la efficacia sui sentimenti, le idee, i convincimenti, i propositi: la serietà dei controstimoli morali, perdendo qualsiasi valore, è motivo di ridicolo; appunto perchè, avendo l’etica la sanzione nelle migliori attitudini dell’uomo a conformarsi ad intenti di ordine, se queste attitudini mancano, i sacrificî, che altri faccia del proprio benessere per l’altrui, non ha significato; onde l’ironico compatimento per azioni le quali si informano ad illusioni di menti deboli e vinte da pregiudizî.
Lo schernire e mettere in dileggio le credenze, le abitudini, che altri predilige in adempimento di dovere religioso o morale e che abbiano scopi altruisti, è segno di malferma coscienza etica e di inclinazioni poco adatte ad opere lodevoli. La delinquenza innalza il culto alle sue divinità sugli altari da cui ha scacciato financo il ricordo del rispetto alla morale: il contrasto perenne, che ne promana, tra le sue opere ed i sentimenti e le idee della comune degli uomini o è incentivo a nascondere, sotto la maschera della astuzia e della simulazione, l’interno pervertimento, o, se non si teme la immanenza di minacce della legge, è fonte di scherno e di dileggio che ora traspare evidente nel gergo adoperato da’ malfattori, ora è perpetuato in segni e figure strane del tatuaggio. Chi ha pratica con grandi delinquenti sa da quanto scetticismo è circondata la loro condotta nei minimi atti della vita. Musolino mostrò divertirsi della requisitoria del Pubblico Ministero; P., famoso in un’associazione a delinquere della mia provincia, tante e tante volte recidivo in reati di sangue, da me difeso, mi confessò di non sapersi ancora persuadere del perchè i magistrati qualificassero le sue azioni per riprovevoli, mentre egli aveva fatto quello che nessuno avrebbe saputo e potuto fare, poichè impotente a farlo!—Il male ha grandi risorse nella coscienza del proprio potere: il mezzo migliore per combatterlo è di diminuire le lusinghe e le speranze che di questo potere sono l’ordinario corteggio; ma ciò torna impossibile fin quando la società non sostituisce, e ne vedremo il perchè ed il come, all’unica sanzione della pena, altri mezzi che, in date evenienze, abbattono il male attaccandolo alle radici.
Riccardo—sulla china del delitto—non sente neanche il dubbio ad arrestarsi: egli chiama a sè due sgherri cui commette il mandato di uccidere il povero Clarenza. Il dialogo, tra’ tre malfattori, procede rapido, incisivo; l’idea del delitto infiamma vieppiù mandante e sicarî: Riccardo, licenziandoli, dice: «I vostri occhi versano folgori quando quelli dei pazzi spargono pianti. Vi amo, garzoni; all’opera, presto; ite, ite, affrettatevi»[58].
Clarenza fu trucidato, nè Riccardo è pago di sua morte; egli sentivasi così sprofondato nel sangue che un delitto dovea richiamar l’altro. Nè è a meravigliarsi; per lui il delitto era il prodotto spontaneo di tempra morale sortita dalla culla, non modificata dall’età o dalla educazione. La duchessa di York, di lui madre, gli dice: «No, per la santa croce, tu ben sai che venisti sulla terra per far della terra l’inferno mio. La tua nascita fu un peso doloroso per me: bieca e caparbia fu la tua infanzia; la tua adolescenza violenta, selvaggia, forsennata; la giovinezza scapigliata, cupida, temeraria. Nell’età matura divenisti altero, astuto, dissimulato, sanguinario, meno fiero, ma più pericoloso, carezzevole mentre odiavi»[59].
Alleatosi con Buckingham, triste e remissivo consigliere, Riccardo fa uccidere coloro che avrebbero potuto ostacolare le mire di assorgere al trono, Rivers, Grey, Waugan, Hastings: temendo di affrontare la responsabilità di sì riprovevole condotta, innanzi la pubblica opinione, trova complici che ne mistificano le notizie, ne coonestano gli eventi. Malleabile, simulatore e dissimulatore in pari tempo, mentre medita la morte del legittimo erede al trono, si circonda di religiosi, piega il capo con l’umile posa di uomo contrito e pietoso. Pregato—a sua istanza e sollecitazione—di accettare il trono d’Inghilterra, si scusa, rinunzia; in apparenza costretto, pienamente accetta. Anna, la vedova dell’ucciso Eduardo, è richiamata alla promessa di addivenire sua moglie: ella, tra i tristi ricordi del passato e le maledizioni, che erompono veementi di sua bocca, subisce tuttavia l’effetto suggestivo delle melate parole di lui, e cede, pur sapendo che e’ l’odia a cagione del padre, Warwick, e che fra breve debba da lei disciogliersi. Salito sul trono, ricorre alla mano del sicario Tyrrel per far trucidare i figli del fratello, calunniandoli per bastardi: uccide la moglie Anna, per sposare la figlia del fratello; insospettito di Buckingham, gli nega il premio della cooperazione in tante opere di scelleraggini. Costui si ribella, ma arrestato è messo a morte.
Il dramma di sangue procede alla fine: un esercito, capitanato da Richmond, si avanza contro l’infame usurpatore; costui si prepara a resistere, ma sente di essere impari alla impresa. L’anima del criminale, dopo di essere ascesa all’apice del maleficio, comincia a dissolversi sotto il peso della propria ambizione soddisfatta. Mentre pel passato non un rimpianto, non un solco di rimorso lasciavan dietro di sè gli inumani delitti, la compagine morale di Riccardo, al primo urto di imminenti pericoli, va in frantumi, e dal fondo buio misterioso del suo interno vien su il cumulo di controstimoli morali, la cui forza era stata repressa dal sovrapposto e saldo strato di degenerata coscienza. La fantasia, turbata dall’insorgere di morbosi sentimenti, diffonde una triste luce su quell’anima tenebrosa: cadono le lusinghe, le ardite speranze, e su quel cuore deserto giganteggia minaccioso il dubbio. L’io, la coscienza perdono l’equilibro; le energie si disorganizzano, e l’uomo dal freddo scetticismo è in preda al ribollimento incomposto di timori e di preoccupazioni manifestate in un vero accesso di delirio. Leggasi il soliloquio nella tenda, pria della battaglia, dopo l’apparizione, in sogno, degli spettri delle persone trucidate, e si avrà una pagina di profonda psicologia dello stadio di dissoluzione dell’anima del criminale. Nel primo momento evvi la sorpresa di insolite rappresentazioni: l’idea di imprevista sventura, esercitando forte e repentina scossa sulla compagine della coscienza, eccita lo strazio del rimorso: Riccardo esclama: e Datemi un altro cavallo ... fasciate le mie ferite ... abbi pietà, Gesù!... Silenzio, ho soltanto sognato—Oh rea coscienza, come mi strazî!... Le lampade mandano raggi azzurri ... È la morta ora della mezzanotte ... Fredde goccie spremute dal terrore stanno sulla mia carne tremante»[60].
L’io, disgregato, si sdoppia e si prospetta alla mente personeggiato in duplice immagine: le due coscienze per un momento acquistano opposta omogeneità; il contrasto dinamico di prevalenza si accentua nell’antagonismo di ricordi del passato e di realtà del presente, e, perdutosi il freno di arresto, le idee, i sentimenti si svolgono con la fuga tumultuosa del delirante. «Che! Temo io me stesso? Qui non è alcun altro; Riccardo ama Riccardo; io, son pure io ... È qui qualche omicida? No; ... sì; io ci sono,.. allora si fugga ... Che! Da me stesso? Efficace movente ... Come?... Per paura della mia vendetta ... Oh? Di me, sopra di me? Oimè, io amo me stesso»[61].—Finalmente, nel turbinìo della mente, la coscienza riacquista un certo equilibrio instabile: il passato s’integra col presente e l’uomo, giudicando sè medesimo, si prevale, in parte, delle proprie energie e si accascia sotto il peso d’una realtà tenuta nascosta per forza di abituale dissimulazione.
«Perchè? Per qualche bene ch’io stesso abbia a me stesso fatto? No, sciagurato, mi abborro piuttosto per opere ree da me concepite. Io sono uno scellerato ... No, mento, tale non sono ... Insensato, di’ bene di te ... Insensato, non adularti. La mia coscienza ha mille lingue, ed ognuna di esse ha il suo racconto, ed ogni racconto mi condanna come uno scellerato. Lo spergiuro, lo spergiuro, al sommo grado; l’omicidio, il crudele omicidio, in tutta la sua efferatezza; tutti i delitti, praticati tutti nelle loro varie forme, si accalcano alla sbarra gridando: Colpevole! colpevole! Mi è forza disperare ...»[62].—L’isolamento dell’animo porta lo sconforto; l’ambizione, perduta l’aureola delle intime risorse, cade abbattuta dinanzi al minimo ostacolo; l’annichilimento dello spirito, ultimo termine di dissoluzione affettiva, paralizza la forza del volere e l’anima si spegne nel doloroso rimpianto d’una pietà che si sa di non meritare. «Nessuno mi ama e, se muoio, nessuno mi rimpiangerà..... In effetto, perchè lo farebbero? Dacchè io stesso in me non trovo alcuna pietà per me ... Mi parve che le anime di tutti coloro che ho trucidato venissero nella mia tenda e che ognuno minacciasse per dimani vendetta sulla testa di Riccardo»[63].
Passata l’onda tempestosa del rimordente delirio, ritorna, con la calma dello spirito, la insensibilità, lo scetticismo. In Riccardo la psiche criminosa è, come dicemmo, solidamente organizzata; la propensione al delitto ha la scaturigine nel sentimento di orgoglio, nella speranza di soddisfare la sfrenata ambizione d’un regno. Non manca perciò la tenacia delle imprese, il coraggio di eseguirle. Ed i propositi rei, tuttochè alle volte impulsivi, si fondano in convincimenti, che hanno modificato completamente l’interno ambiente morale. La fortezza di propositi e la tempra salda di carattere pel criminale evoluto son suffragate dal disprezzo di principî direttivi della comune condotta; egli sente di impersonare una forza che fa eccezione in mezzo ai simili, e se ne vanta e si adopra di conservarne la dignità, aureola di luce fosca e di triste augurio. «La coscienza—egli dice—è parola che adoprano i codardi, inventata per tenere i forti in rispetto; le nostre nodose braccia siano la nostra coscienza; le nostre spade siano la nostra legge»[64].