La evoluzione è conservazione di energia con parallela continuità di moto: dunque, passando le attività dal mondo esterno all’interno, tramutandosi da attività fisiche in cerebrali, assommando il pensiero i coefficienti dinamici dei motivi, la coscienza, col cambiar di stato, cambia il funzionamento degli atti che ne conseguono, sia qualitativamente che quantitativamente. La qualità non attiene alla essenza o permanenza di identità personale, ma ai modi onde la energia specifica passa di prodotto in prodotto psichico, di meccanismo in meccanismo dell’io, di formazione in formazione, dalla rappresentazione ed appercezione all’attenzione, alla riflessione ed al volere.

L’io senziente, intelligente, attivo son tre fasi dell’identica energia vivente, ma tre fasi che si differenziano sì da non permettere che l’una si scambi nell’altra, se non perchè tutt’e tre sono dipendenti dall’unica ed identica sorgente di energia personale: alla stessa guisa che l’organismo, nel tempo, non resta identico a sè stesso meno che per la conservazione equivalente della energia individuale, la psiche; permutando fisonomia e contenuto, non conserva la identità se non nella sua natura differenziata rispetto ad altri individui della medesima specie.

Si conclude, che la energia criminosa, atteggiando diversamente la psiche, imprime la propria caratteristica e grado di attività alle facoltà messe in moto, il sentimento, la intelligenza, la volontà.

Anche in natura le forze, in correlazione, si trasformano qualitativamente e quantitativamente: «in ogni cambiamento la forza subisce una metamorfosi; e a seconda delle forme che essa assume può risultarne o la ripetizione delle condizioni precedenti, o condizioni nuove in un numero infinito di ordini e combinazioni. Inoltre si vede nettamente che le forze fisiche, non solo presentano tra di loro delle correlazioni qualitative, ma anche quantitative. Dopo aver provato che un modo di forza può trasformarsi in un altro, le esperienze mostrano ancora che da una definita quantità di forza nascono sempre definite quantità di un’altra»[74].

Indi è che l’evento psichico del delitto, effettuatosi nell’azione, esaurisce, individualmente preso, la totalità della energia che lo informa: quel che resta è la conseguenza obbiettiva, fatto imputabile, e qualche traccia di attitudine meglio rafforzatasi per la futura ripetizione dell’atto. Dunque, a che varranno le indagini meramente antropologiche e psichiatriche, non che le norme aprioristiche giuridiche sul giudizio che il magistrato dovrà emettere intorno alla imputabilità soggettiva del fatto incriminato? Tutte coteste indagini e norme si limitano all’ufficio di prove dell’evento psichico criminoso: alla sola psicologia criminale è riservato il debito di sintetizzare i dati psicofisici del delinquente e di unificarli in un giudizio definitivo, tenuto conto di tutti i coefficienti dinamici che precedettero ed accompagnarono la perpetrazione del maleficio.

6.—Avvenuta la rappresentazione del motivo, ed avvertito il cambiamento di coscienza seguitone; fusi ed unificati in un solo processo gli elementi dinamici similari della mentalità; eliminati gli elementi antagonisti, la dinamica ideativa ed affettiva è sussidiata dall’intervento della immaginazione o della fantasia. Nel mondo psichico del criminale questa potenza ha imperio assoluto: essa assoggetta, modifica, trasforma tutto ciò che incontra; dai più lontani orizzonti, di lusinghiere speranze, all’ambiente attuale di turbamento per l’azione soppravenuta di cause passionali, la immaginazione influisce nell’atteggiare e predisporre l’animo a sentire, a pensare, a volere in modo affatto proprio e secondo lo schema ed i fantasmi che ella gli appresta. Le rappresentazioni presenti si rafforzano, le passate si ridestano; le naturali inclinazioni acquistano un più facile avviamento di attività; la realtà obbiettiva delle cose a poco a poco si scolorisce, perde i contorni, è ricoverta dal velo diafano e denso dell’oblio; e, a séguito di processo astrattivo, la immagine ed il fantasma dell’intento logico, compresi nel contenuto statico del motivo, si prospettano alla mente ed esercitano azione immanente suggestiva. Tacciono i ricordi dei controstimoli; sulla superficie della coscienza si ristabilisce un’apparente calma; ma, sotto ad un cielo plumbeo ed attraversato da dense nubi, gli oggetti si confondono, e l’animo è aduggiato dal senso di ansia e di tristizia. Le immagini, i fantasmi si intensificano, si circondano del corteggio lusinghiero di appetiti insoddisfatti, di promettenti speranze; la visione periferica della coscienza si restringe, la centrale si acutizza; il fantasma, idealizzato, dapprima oscillante, finisce col fissarsi sulla linea degli assi visuali; l’occhio della mente n’è attratto, dominato, ossessionato. Le potenze inibitorie, le correnti intercerebrali, subiscono un periodo d’intermittenza; la memoria è lacunare. È cotesto lo stato più interessante della dinamica psichica criminosa; stato in cui la coscienza insensibilmente è travolta dal fondo e la meccanica cerebrale segue il ritmo di movimenti instabili, varianti, dissociati. La fantasia, malefica maliarda, con ghigno satanico innalza il suo trono sulla rovina delle più nobili aspirazioni, e consacra, nel cupo tempio dell’anima del criminale, la religione del delitto!

7.—Chi, di tutto ciò, desideri la prova evidente, rivolga l’osservazione a quanto avviene nella psiche del delinquente epilettico.

La immaginazione e la fantasia sono per l’epilettico la forza specifica della impulsività irresistibile. La emotività enorme (Krafft-Ebing); la straordinaria irritabilità morbosa (Schüle); la lesione delle affezioni (Despine); l’anestesia fisica e morale (Thompson); i facili accessi maniaci, fanno sì che l’epilettico sia davvero lo zimbello di morbosi fantasmi, che gli attraversano la mente e ne travolgono il ritmo ideativo ed affettivo. Il processo morboso ha principio con intensa e protratta preoccupazione, che è la caratteristica istintiva del carattere epilettico: è l’ansioso desiderio di qualche cosa d’indeciso, di vago; è il bisogno di estrinsecare attività latenti di natura incompresa, della cui esistenza appena ci accorgiamo.

Mancando il fondo di realtà al processo ideativo e la coordinazione associativa agli stati emotivi, la fantasia dell’epilettico giuoca una parte essenzialissima nella trama cerebrale. L’equilibrio di facoltà e di atti si mantiene oscillante; la mente, sorpresa, cerca un centro stabile di gravità; attratta dal fantasma, lo scambia con la realtà e lo insegue e vi si affida: ma, in un momento, perdesi del tutto l’equilibrio, la base ideale ed affettiva vacilla, l’abisso si apre repentinamente dinanzi. La stessa vittima se ne spaventa; al fremito passionale, alla scossa, che si diffonde in tutte le regioni dello spirito, risponde il gemito convulso di chi comprende a quale cieco fatale destino sia nato soggetto!

La nota morale di anomalia del delinquente, e specie del delinquente epilettico, risiede proprio nel funzionamento fantastico della dinamica psichica. Il prodotto fittizio ed attrattivo del contenuto ideale ed affettivo risulta dal compenetrarsi ed assommarsi di discrepanti elementi frammentarî, i quali, non trovando posto stabile nella coscienza, o son passati nel fondo di riserva dell’inconscio, ovvero vagano nel vuoto oscuro della mente. Qualcuno di questi elementi, per l’affinità dinamica col novello motivo rappresentativo, insorge ed è attratto verso il centro visivo della coscienza: esso—chi il crederebbe?—molte volte si sviluppa, si svolge in forma così imponente da predominare l’ambiente con potere pieno ed assoluto. Le difficoltà, che di frequente si incontrano nell’indagare il perchè prossimo o remoto di azioni delittuose, sorgono dall’abitudine, tanto comune, di credere che la logica del delinquente sia la logica dell’uomo normale, e che la causa intima o psichica dell’azione debba esser sempre ricercata nel motivo che, in apparenza, è percepito il più sufficiente ed il più coerente con l’insieme logico del processo speciale mentale. E poichè con la prova dei fatti o vien meno la speranza di attingere il movente causativo in qualche circostanza o avvenimento, il quale abbia la sufficienza logica di erudirci circa la origine soggettiva del delitto; ovvero trascuriamo di accordare la debita importanza a dati processuali irrilevanti, si finisce o con erroneo giudizio sulla quantità morale del delitto o col credere che questo sia l’effetto di brutale malvagità!