Tornando in argomento, diciamo che il volere è atto complementare del processo psichico, appunto perchè, secondo James, i movimenti volontarî debbono essere funzioni secondarie, non primitive, del nostro organismo. La prima conseguenza, che ne emerge, è di dover ritenere che la facoltà del volere si connetta alla esistenza di rappresentazioni e sentimenti, che formano il suo presupposto dinamico; e che, secondo Wundt, l’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che si esplicano nei sentimenti, ecc. racchiude in sè contraddizione psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di volere.

«Nella fisiologia—scrive Fouillée—la dottrina della evoluzione esplica, a mezzo dello sviluppo d’un organo rudimentale e primitivo, la formazione d’un organo posteriore più completo; allo stesso modo, nella psicologia, tutti gli atti riflessi o istintivi, con la loro varietà attuale, debbono essere i derivati d’una sola impulsione essenziale e primitiva. Trasportate questa impulsione in tutte le cellule elementari d’un organismo, ella sarà il fondo psicologico di ciò che succede nei piccoli esseri viventi ond’è composto l’organismo totale. D’altra parte, le reazioni esteriori di queste cellule cadono, com’egli è inevitabile, sotto la legge del meccanismo. Per simile combinazione d’impulsioni psichiche semplici all’interno, di rapporti meccanici all’esterno, voi potrete esplicare i fenomeni più complessi e le adattazioni della volontà alle svariate circostanze»[76].

La meccanica psicologica del cervello ci è nota. Ogni eccitazione periferica o intercerebrale è trasportata e risentita in analoghi centri; indi, mercè l’apparato efferente, si diffonde in operazioni riflesse. Il cervello è l’organo dell’attività, cosciente o incosciente, della psiche: noi abbiamo il senso di questa attività più specialmente all’apparire dell’atto volitivo. «Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato da elementi di piacere o di dispiacere, i quali, alla loro volta, nel corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto varî, di soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione»[77].

La consapevolezza di possedere l’attività necessaria al delitto è il primo e fondamentale effetto immanente della energia criminosa. Non si può sentire la spinta al delitto, nè pensarlo nè volerlo, se non se ne possegga l’attitudine; se l’organismo, e per esso il cervello, non risentano l’azione specifica di forze esterne od interne trasformate e concorrenti a quell’evento esteriore dalla legge represso.

Messasi in attività la energia criminosa, ella, diffondendosi riflessivamente, in primo luogo è causa di atti di tensione; la quale potenza di tendere è in ragione della intensità della eccitazione centrale, ed è soggetta alla dispersione della energia eccitatrice, non che all’aumento od alla diminuzione di equivalenti dinamici fisiologici. Le ipotesi verificabili sono svariate, a seconda della natura intensiva dell’attività, dell’attitudine dell’apparato efferente, delle maggiori o minori difficoltà fisiopsichiche della funzionalità organica. È possibile, primamente, che dallo stadio iniziale emotivo all’azione non vi intervenga che trascurabile intervallo, quasi che l’atto esteriore fosse di natura automatica o riflessa. Il perchè del fenomeno si riconnette al problema formolato, nel seguente modo, da James: La semplice idea degli effetti sensibili di un movimento è uno stimolo motore sufficiente, o vi deve essere uno antecedente mentale addizionale, come un fiat, una decisione, un acconsentimento di un mandato imperativo, o qualche altro fenomeno analogo, perchè si possa avere il movimento? Ed egli risponde, che talvolta la semplice idea è sufficiente, ma tal’altra il movimento è proceduto da un elemento addizionale cosciente. Ogni qualvolta un movimento tien dietro senza esitazione ed immediatamente al pensiero di esso, noi abbiamo l’azione ideo-motrice[78].—Le azioni impulsivamente istantanee, effetti di impeti passionali, di scoppî di ira, di odio senza la previsione delle difficoltà e delle conseguenze, appartengono allo stadio attivo qui descritto. Tostochè evvi insorgenza di antagonismo tra le correnti intercerebrali, e le linee di movimenti efferenti o divergono o si elidono, la vivezza della psichicità si diminuisce; i poteri inibitori si riattivano, e gli atti del volere obbediscono a delle fasi tipiche, che giova ricordare.

10.—Al senso ed alla consapevolezza di un’attività disponibile, accompagnata da tensione, tien subito dietro l’ansia impaziente di veder cessare il presente stato di incertezza e di dubbio, come anche di dar libero corso alla scarica delle energie reattive. La intensità e la specie di cotesta ansia sono analoghe alla specie ed alla intensità dell’affettività sentimentale del motivo. La volontà è tra due poli della vita psichica: tra la emotività, che attira ed assorbe tutte le risorse di equilibrio della coscienza, e l’idea motrice o suggestiva dell’intento dell’azione esteriore. Or, nei riguardi del delinquente, egli è d’uopo ricordare, che lo stato di ansia, qui accennato, si riconnette, molto di frequente, a due emozioni di cui dobbiamo tenere gran calcolo, la emozione della paura e la emozione dell’ira o della collera.

Il Lange, il Bain, il Ribot ed il Mosso ci hanno data la descrizione più accurata dei sintomi fisici e psichici della paura. Noi li riassumeremo seguendo segnatamente il Lange[79], che, se non andiamo errati, è sulla materia lo scrittore più autorevole. La paura è ligata alla tristezza: in ambedue evvi paralisi dell’apparato motore volontario e costrizione spasmodica dei vasi-motori; però, alla paura è da aggiungere una contrazione spasmodica di tutti i muscoli organici, ed un sentimento d’oppressione, con consecutivo sforzo centrifugo cerebrale o segni esterni somatici abbastanza pronunziati.

Il Ribot nota, che la psicologia della paura comprende due momenti ben distinti da studiare. Il primo momento sembra rapportarsi a tendenze ereditarie che appariscono molto evidenti nell’età infantile dell’uomo. Al secondo momento appartiene la paura cosciente, ragionevole, posteriore alla esperienza. Essa ha per base la memoria, non intellettuale, ma affettiva; onde si è accessibile al timore nella misura in cui la rappresentazione del male futuro è intensa, cioè a dire affettiva e non intellettuale, sentita e non concepita. Presso molti l’assenza di paura non è che un’assenza di immaginazione[80].

Circa la emozione della collera ci basti, per ora, notare, col Ribot, che ella ha origine dall’istinto di conservazione individuale, sotto la forma offensiva; e che, secondo Bain, può definirsi: una impulsione cosciente che spinge ad infliggere una sofferenza ed a trarre da ciò un piacere positivo.

La emozione della paura, deprimendo l’energia reattiva ed abbassando il livello cosciente dell’io, fa risentire più a lungo il senso di ansia della irrisolutezza e del dubbio. Assorbita la mente a misurare la probabilità e l’importanza del pericolo presente o futuro; oppresso l’animo dal sentimento vago e doloroso d’un male o danno che è per coglierci; turbata la mente da improvvise rappresentazioni le quali sfuggono al controllo dell’attenzione e della riflessione, il giudizio che ci formiamo del nostro stato è d’imperiosa necessità ad agire in qualsiasi senso, preoccupati dalla sola idea che forse non riusciremo ad allontanare da noi l’imminente pericolo che ci sovrasta. Al primo periodo di depressione succede un secondo periodo di turbamento misto a sentimento d’odio e d’ira per colui che è causa della minaccia; l’equilibrio mentale si ristabilisce in parte, e noi ci accorgiamo di sentirci autorizzati ad usare di tutta la nostra energia per respingere il pericolo, anche a costo di violare la integrità fisica o morale altrui. A questo secondo momento l’emozione della paura ha molta somiglianza con l’emozione della collera: tutt’e due divengono impulsive, con la differenza che la paura è tenuta in certi confini dal calcolo del pericolo minacciato, e la collera, invadendo l’intero campo della coscienza, travolge tempestosamente qualunque sforzo di inibizione e precipita l’azione. In ciò ha grande influenza il carattere risoluto o irresoluto dell’individuo: l’impulso a persistere nella presa risoluzione è, al dir di James, un’altra componente costante nella rete delle motivazioni.