La rapida ed istantanea impulsività degli atti emotivi dell’ira, dell’odio, della tensione risolventesi in energia reattiva, è generalmente qualificata per spontanea ed irresistibile; mentre ritiensi per deliberata qualunque propensione in cui avvi minor grado di sentimentalità passionale. Nella forma volitiva della deliberazione si fa intervenire con maggior potere la libertà di scelta e di azione; credesi che la spontaneità equivalga ad assenza di sforzo di tensione, e che negli atti deliberati noi godessimo la pienezza di forza disponibile, non che a discernere tra motivo e motivo, a risolverci per l’un verso e non per l’altro.

È questa un’illusione molto facilmente dimostrabile per l’analisi del momento genetico della spontaneità degli atti. È illusione pari all’altra di supporre che nella psiche possa esservi uno stato di inerzia assoluta o di assoluto equilibrio stabile. Queste differenze, che appartengono, per linguaggio usuale, alla qualità di stati interni, non sono, in fondo, che differenze di quantità; ed è perciò, che, secondo l’Ardigò, spontaneo si dice quando lo sforzo del centro in tensione è minimo, e quindi non ne è avvertibile il senso; volontario, quando lo sforzo è grande, prolungato e a riprese, e quindi è distintamente rilevabile il senso di esso. Nella deliberazione la volontarietà dello sforzo è accompagnata da più risentita psichicità mentale; per cui, tra l’antagonismo dei controstimoli, si riattiva un ritmo ideativo più costante e la selezione inibitoria riesce ad allontanare le difficoltà apparse sulla linea della corrente cerebrale predominante.

11.—L’ultima conclusione, a cui siamo pervenuti, ci ricorda la esatta osservazione del Wundt, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda, così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni: di fatto, però, non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione.

Intanto, succede che la indecisione si protrae, anche se i motivi contrarî siensi affievoliti, ed il volere non sa prendere stabile direzione, non perchè gli manchi la spinta, ma perchè l’azione attrattiva dell’intento non si fa sentire abbastanza. Quante volte il pensiero fluttua tra disparati ricordi ed opposti propositi, senza tregua incessanti ed opprimenti, nè si è in grado di appigliarsi a qualche divisamento pur di far cessare il doloroso stato di dubbio! Dopo ore, dopo giorni, dopo mesi, l’intervento di qualche motivo irrilevante, la cui accidentale insorgenza resta per noi innavvertita, dà l’ultimo tracollo alla bilancia e noi ci sentiamo senza ulteriore difficoltà trascinati all’opera. Come avviene tutto questo? La meccanica del cervello ci presta una ipotesi molto plausibile. Sappiamo che l’associazione delle rappresentazioni e delle idee si effettua in due modi, o in forma lineare e temporale o in forma spaziale.

L’associazione lineare, giusta l’osservazione di Henle, ha il campo d’azione in un solo e medesimo organo, nell’organo del pensiero sotto forma di associazione di idee, nell’organo centrale dell’udito sotto forma di melodia, assonanza e via dicendo. La seconda specie, cioè l’associazione spaziale, salta da un organo all’altro, dall’organo dei concetti a quello delle rappresentazioni sensorie e viceversa. Essa è identica alla simpatia nervosa[81]. Or, che l’associazione spaziale abbia per punto di partenza la struttura del sistema nervoso centrale, e che i prolungamenti colleganti fra di loro le cellule nervose acquistano tanto maggiore conduttibilità, quanto più frequentemente essi si adoprano, sono ipotesi più o meno plausibili per spiegarci il passaggio dall’un centro all’altro, con collegamento spaziale; ma la difficoltà non è neppure quella proposta da Henle, cioè come l’associazione delle rappresentazioni tra loro corrispondenti sia tratta dal patrimonio dell’uno e dell’altro centro. La difficoltà emerge dal vedere che tra due vicini o lontani centri si generi una corrente, o delle serie di correnti, senza che vi sia stato da parte nostra veruno sforzo, o senza che tra le due lontane sedi di attività cerebrali sia intervenuto un motivo medio che collegasse gli estremi come anello di ininterrotta catena.

Qui, certamente, dobbiamo far ricorso alla causa di energie latenti, per lo più ereditarie; per le quali, in casi simili, si svegliano simpatie nervose, attrattive ideali impreviste. Ciò lo vediamo, con processi più sistematizzati, in forme morbose di squilibrî mentali: le idee fisse, le tendenze irresistibili rinascono con la identica modalità ritmica di forme ereditarie od ataviche; lo stesso, senza dubbio, è per le associazioni tra elementi psichici discrepanti, i quali, poi, sono i fattori immediati o mediati di impulsioni o di deliberazioni volitive. Apprezzando il perchè di date decisioni, noi facciamo le grandi meraviglie del come, per motivi estranei o irrilevanti, si sia pervenuto all’azione di grave delitto; perchè, in oltre, mentre, subito dopo la ragione di odio e di ira, niente di anormale mostrò il paziente, nè alcuno avrebbe dubitato di lui, poscia, all’impensata, egli siasi reso autore di atti feroci di vendetta. Il motivo di odio, nel momento occasionale, restringeva l’efficacia nel mettere in moto l’attività di un solo centro rappresentativo ed ideale; ma, col passare del tempo, altri centri, vicini o lontani, si ridestarono, mettendosi con esso in relazione, alcuna volta per accidentalità sopraggiunta; e, per la confluenza di correnti similari, avvenne, nel momento dato, la fusione e quindi il formarsi di novella energia con potenzialità sufficiente a trascinar seco il pravo volere. Nei reati premeditati il fenomeno è costante, ed è per questo che, in simili reati, evvi la presunzione di maggiore imputabilità e temibilità del reo; supponendosi che nel medesimo siavi un fondo di perversità degenerativa, non domabile sì facilmente, riferendosi ad attitudini antropologiche eccezionali.

Se non che, io dico, che una seconda causa concorre a produrre il fenomeno, e si riferisce al mutamento di stato organico dell’individuo, in periodi di tempo. L’illusione della piena libertà di arbitrio ci persuade che sempre ed ovunque noi disponiamo di forza sufficiente per scegliere e seguire gli intenti delle nostre azioni. Ma la cosa è ben altrimenti. Molta parte del funzionamento cerebrale ci riesce ignota e misteriosa; argomento, per molti, di ricorrere all’ipotesi di cerebrazione incosciente. Certo è che lo sforzo a sovvenirci di alcuna idea, di ristabilire la trama ideale tra centri similari mentali, di riprodurre le rappresentazioni di già avveratesi, spesso ci torna di impossibile esecuzione; e che, mentre meno ci pensavamo, improvvisamente le correnti, che sembravano spente, di pensieri e di sentimenti, si riattivano e producono effetti meravigliosi.

Il citato Henle molto opportunamente, osserva, che la volontà non è assoluta, ma dipende dallo stato d’animo e dal particolare sviluppo della materia pensante. «Quanto i pensieri appaiano arbitrarî, lo attesta anche l’Apostolo allorchè dice che essi reciprocamente si accusano e si scusano. «Essi vengono quando vogliono» lamenta Rousseau, «e non quando voglio io»; e Lichtenberg caratterizza in modo energico la sensazione per cui noi assistiamo quasi come spettatori allo svolgersi del processo dialettico nel nostro intimo, affermando che non si dovrebbe dire «io penso», ma «pensa», come si direbbe «lampeggia». E Goethe esprime la stessa idea, con quella forma vivace che gli è propria: «Il male è che ogni pensiero non aiuta a pensare; dobbiamo essere retti per natura, cosicchè le idee felici si presentino dinanzi a noi come libere figlie di Dio e ci dicano: Eccoci qua!» Goethe c’insegna, inoltre, cosa avvenga nel laboratorio intimo del poeta, con queste parole colle quali egli nella dedica del Faust evoca le fugaci immagini della sua fantasia:

«Cingetemi di voi, spettri diletti,
Come da nebbia o da vapor suoi farsi»[82].

Non trascuriamo di aggiungere che, all’alternarsi di idee, di pensieri e di voleri, in molta parte dobbiam far capo alle opinioni individuali. Allorchè le credenze inspirate da’ sentimenti e dalle passioni sono combinate in sistema su d’un obbietto determinato, o religioso, o politico, o artistico, esse costituiscono le opinioni (Despine). Le quali, nè è difficile sperimentarlo, informano di sè tutta la vita psichica; formano il fondo permanente donde si diramano le correnti di energie direttive del lavoro cerebrale; forniscono il materiale di riserva ai deficienti processi mentali.