b) quella dei delinquenti passionali;

c) quella dei delinquenti di occasione.

Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi estranei alla sua natura, si è unificata con analoga specificazione. La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale, la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero; appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi, lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa, poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale, che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti: leggasi in Despine[88], in Lombroso[89] i moltissimi esempî di delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto, molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e che questa abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo; talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a scovrire il vero agente del delitto.

La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90] di molti omicidî sono l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale, è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese opposizione con la comune condotta.

4.—Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che in precedenza furono appena adombrate.

La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale. Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto svariati—scrive Krafft-Ebing—possano essere i gradi della idiozia (idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delle idee, pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico, come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè quando il suo io, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata, e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo scopo»[91].

Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale, difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce, intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici, provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo più forte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi, trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo: solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza. L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova, che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile: insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo. Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita. Guai—però—se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in lui la forza sufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.

5.—Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.

Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa, che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività del melanconico—scrive Krafft-Ebing—non è che un fatto di reazione provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente, spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni, il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono, quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio, certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e delle idee deliranti»[93].