Indi proruppe

Con risa forsennate in questo dire:
«Padre, a che accendo or io, pria di dar morte
Ad Euristeo, l’espiatrice fiamma,
E fo doppia opra, ove pur tutto io posso
Compier con una? D’Euristeo qui porto
La tronca testa, e di più morti a un tratto
Poi mi purgo le mani. Olà, versate
L’acqua a terra: i canestri al suoi gittate:
Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava?
Corro a Micene. Oprar picconi e leve
A spezzarne fia d’uopo, a rovesciarne
Quelle sue mura, che i Ciclopi un giorno
Costruir con le subbie alla rubrica».
Dettò ciò, quivi presto immaginando
Il cocchio aver, fa di salirvi, e spinge
(Come avesse la aferza) i corridori,
Dimenando la destra. Eran quegli atti
E di riso a’ sergenti e di paura:
E l’un l’altro guatandosi, dicea
Questi a quello: di noi gioco si prende
Il signor nostro, o ch’ei delira?

Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara; si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene, scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.

Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai? che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai sparso poc’anzi?

Ei d’Euristeo credendo

Lui genitor, che supplice la mano
Per timor gli toccasse, lo respinge,
E dardi trae della feretra, e l’arco
Tende contro i suoi figli, uccider quelli
D’Euristeo divisando. Esterrefatti
Chi qua, chi là si sgominar quei miseri;
E l’un corse alle vesti della madre;
L’un si acquattò d’una colonna all’ombra:
L’altro come augellin tremante stette
Dell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo,
Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi?
Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada;
E l’un dei figli alla colonna intorno
Insegue pria, poi con terribil volto
Voltasi indietro, gli si pianta incontro,
E nel cor lo saetta. Supin cade
Il pargoletto, e la marmorea base
Bagna di sangue, l’anima spirando.

Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà, l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa, gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro, cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa cadere in profondo sonno.

Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida, conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!

Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e, nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di consegnarlo in ricordo alla madre.—Poscia si avvia alla volta del paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.

Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito. Parlandogli, gli ricordai le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile. Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.