Mi chiese—si crederebbe?—la restituzione dell’orologio consegnato all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto ed operato.
Alcuna volta la follia del delitto prende la forma di emozioni ossessive con impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.
R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli, ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione, ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia, con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato, chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere. Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente, egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode, in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.
Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però, dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso, ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto, dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.—In famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri, presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.
8.—Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico. In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale, la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti, in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi, e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia, quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto, ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di responsabilità pel vizio parziale di mente. La continuità e l’unità nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico: certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza, sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della esperienza.
9.—Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso di epilessia larvata o di equivalente epilettico. Essa —al dir di Bianchi—è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte come prae-epilettiche o post-epilettiche; la differenza sta solo nel fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della epilessia[96].
Questa forma di epilessia psichica ha la genesi fisiologica nella estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso ed impulsività furiosa. Ma—nè è raro il caso—talvolta il disturbo epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale: il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenza del fatto induce il magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva; a) che tra i precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo; b) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina, furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido, da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato, corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve, nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.
Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere, in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente, sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e con concorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere, secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine della sua mente.
1O.—I delinquenti per passione formano una categoria speciale: essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni; ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla riflessione,—qui accade tutto il contrario.