La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice; l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti le gioie della vita.
Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato, qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale, si organizza, si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente, sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni, dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni. Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante, e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata riconosciuta vitale.
11.—Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce timore e che dal timore si passa all’offesa.—Tra l’idea del bene sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole, si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi, i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della persona dell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito, d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva; il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione, qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri; tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta, un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra; l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge, l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina all’azione.
Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso: massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.
12.—Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia, dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però, il Metastasio:
O di soave pianta amaro frutto,
Furia ingiusta e crudele,
Che di velen ti pasci,
E dal fuoco d’amor gelida nasci.
Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive: «A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti, i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa, questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.
«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia. Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].
L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si dispera e giunge infine all’esaurimento morboso, fisico e morale. Ella si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi, ogni cosa alla nutrice.