Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro visto nelle valli dell’Ida in Creta ed, imbestiandosi nelle imbastiate schegge di una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi; ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella confessa:

Oggi, uscendo di vita, io, sì, contenta
Farò Ciprigna che a perir mi porta.
D’acerbo amor vinta morrò; ma infesta
Pur farò la mia morte anco ad un altro,
Sì che male esser vegga di mie pene
Altero andar. Sua parte anch’ei provando
Di questi guai, fia che umiltade impari[100].

Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè a viva forza violata da Ippolito!

Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò commesso![101].

13.—Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente, aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti; gode di far mostra della vendetta compiuta. Affronta il pericolo con incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta, che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato senza nulla tacere.

Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso che incompletamente.

La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime dell’ira, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato a breve furore. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’ira tre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî—egli scrive—dissero che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed, agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero, somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlano interrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono; batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere; perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore, tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali, subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza? Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].

E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto di ferità; siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere. Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione, gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».—Il filosofo conclude: che avrebbe fatto costui se fosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un male maggiore ed insanabile![103].

14.—Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi, nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste, coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della scelta, dalla titubanza dell’azione.

Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto, rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella, con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104] la scena, in cui, dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo snaturato figlio dice: