4a Delle energie partecipate, quelle che, per manco di attitudine della coscienza passiva, non sono state nè paralizzate nè assimilate, dànno luogo ad uno stato impulsivo di azione associativa automatica.

Il moto trasmesso dall’urto, diciamo così, di due aggregati psichici o entra nel campo visivo della coscienza passiva, ed allora questa trasforma il contenuto in novello sistema di coefficienti; o in parte si arresta sotto la soglia della coscienza, ed allora, continuando nell’impulsione attrattiva, agisce e trascina, con azione automatica, nella propria orbita gli elementi sottoposti.

3.—Oltre all’effetto integrativo o disintegrativo degli aggregati di coscienze in relazione, le energie irradiate contengono, riguardo alla trasmissione di attività psichica, un grado di luce che ha l’equivalente ontologico nel vero comunicato, non che un grado di calore per i fenomeni affettivi causati.

Le correnti irradiate o trasmesse, esteriorizzandosi, ritornano, per riflesso, nel centro di origine, rafforzandone la intensità del campo visivo. Questo s’intenderà agevolmente considerando che l’assorbimento, di cui abbiamo parlato, da parte della coscienza attiva non è che accumulo di attività pel soprappiù di energia attratta e ritornata nel punto iniziale di movimento impulsivo. Chi ne voglia l’esempio, consideri quanto si rafforzi la coscienza di un convincimento per colui che, messosi in comunicazione con altri, siasi persuaso di averne l’approvazione.

4.—Dall’unione a due, alla forma più complessa della folla delinquente, la dinamica delle psichi concorrenti segue il ritmo d’un differenziamento che comincia dalla identificazione di due volontà in una sola e giunge alla formazione di coscienza collettiva, il cui esponente estremo è un risultato di cui non si hanno che i germi negli individui che vi prendono parte. Come nella dinamica cerebrale, ciascuna cellula psichica, per usare l’espressione di Haeckel, ha vita propria, ma nell’accordo di infinite altre cellule si trasforma in elemento di organo del pensiero; nella composizione di individui, mentre ognuno è di per sè una coscienza integrata, in unione con altri concorre alla formazione psichica della collettività, la quale ha funzione più o meno variata. La suggestione, la imitazione, a cui si è fatto ricorso per fissare il perchè del fenomeno dinamico dell’aggregato psichico, non ne sono che i dati apparenti o accidentali: il meccanismo intimo è nel sincronismo di correnti di energie trasmesse ed accumulate in un centro unico, che, senza aver esistenza a sè od indipendente, si manifesta nel perfezionamento di unica attività complessa, alla stessa guisa che il pensiero, la coscienza individuale siano a considerarsi risultanti di infinite componenti psicofisiche, che, isolatamente prese, hanno vita ed energia propria.

5.—In fondo all’anima della folla evvi molto dell’inconscio, di quell’inconscio che è ripercussione di energie coincidenti, che, per la rapidità d’azione ed il ritmo incomposto, inerente all’equilibrio instabile di sentimenti passionali, si arrestano al disotto della soglia della coscienza e, turbinando, spingono, saltuariamente, ad intenti imprecisi. Vero è che su tutti gli individui affollati si diffonde la efficacia della idea, del pensiero comune, a cui si riferisce il movimento iniziale dell’azione; ma è pur vero che tra l’effetto verificatosi e la relativa causa motrice, a chi ben mediti, non si troverà mai nè la proporzione logica nè la equipollenza dinamica. L’inconscio, del quale parliamo, è nel gesto, nella instabilità del volere, negli accenti inconsulti, negli atti senza significato; ai quali fanno eco i sentimenti di odio, di simpatia senza un perchè chiaro; il rapido svolgersi d’azioni di ferocia, inconcepibili in ciascuno degli associati; la esuberante espansività per scopi o ignoti o per sè poco calcolabili.

Io che ho assistito—per ufficio di difensore—a processi di delitti perpetrati dalla folla, mi son convinto, che l’attenuazione di responsabilità è insita al comune stato d’inconscio ond’è accompagnato il simultaneo concorso di coloro che presero parte all’azione. Pare che tutti, meno chi ne abbia preordinato gli atti, agiscano in condizioni di automatismo psicologico, fino al punto da obliare quel che ciascuno operò e da sconfessare ciò che tutti, con consenso in apparenza evidente, vollero conseguire. Il magistrato, tante volte, non crede alla schiettezza di confessione degli imputati, anzi li sospetta di mala fede e corre dietro alle fantastiche ed architettate accuse di agenti di pubblica sicurezza, i quali, non sapendo approfondire un giudizio su quanto effettivamente si svolse sotto i loro occhi, ricorrono ad opera misteriosa di sobillatori e prospettano intenti criminosi che non furon mai nelle menti dei giudicabili.

Il problema della responsabilità di azioni collettive non sarà mai risoluto fino a quando non si acquisti l’abitudine di prescindere, per l’apprezzamento dell’operato comune, dal l’opera dei singoli. Insomma, la imputabilità della folla deve essere illuminata da concetti affatto diversi da quelli che comunemente seguiamo nella valutazione dei delitti individuali, sia che questi avvengano isolatamente, sia che avvengano in conseguenza di moventi collettivi. La partecipazione maggiore o minore, verificabile nel concorso di pochi individui in un delitto, può dipendere da maggiore o minore volontà ed azione negli atti esteriori. Per la folla succede altrimenti. I più volenterosi, i più attivi non sono sempre i più pericolosi; ma lo sono coloro sulla cui psiche con più vigore si ripercosse la coincidenza attrattiva o repulsiva delle psichi altrui. Sono questi i più deboli alla resistenza: nè è da imputarsi a lor conto; perchè nell’aggregato psichico di pochi concorrenti si ha l’agio di riflettere e di resistere, ma nella folla ciò riesce difficilissimo per la legge, che la inibizione rendesi tanto più difficile per quanto non ci è permesso di sceverare la nostra energia individuale dalle energie ambienti a cui siamo soggetti.

Il Sighele scrive, che la folla sia un terreno in cui si sviluppa assai facilmente il microbo del male, e in cui il microbo del bene quasi sempre muore, non trovandovi le condizioni della vita; ciò perchè in una moltitudine le facoltà buone dei singoli, anzichè sommarsi, si elidono. «Si elidono, in primo luogo, per una necessità naturale e, direi, aritmetica, come una media di molte cifre non può, evidentemente, essere eguale alle più alte fra queste cifre, così un aggregato di uomini non può rispecchiare, nelle sue manifestazioni, le facoltà più elevate, proprie di alcuni tra questi uomini; esso rispecchierà soltanto le facoltà medie che risiedono in tutti o almeno nella gran maggioranza degli individui. Gli strati ultimi e migliori del carattere, direbbe il Sergi, quelli che la civiltà e l’educazione sono riuscite a formare in alcuni individui privilegiati, restano eclissati di fronte agli strati medî che sono il patrimonio di tutti; nella somma totale questi prevalgono e gli altri scompariscono»[110].

6.—La osservazione del Sighele e del Sergi è acutissima; ma non pare che la spiegazione addotta sia molto chiara. Perchè le migliori qualità individuali restano eclissate di fronte agli strati medî della comune degli uomini? Il motivo è nella maggiore energia organizzata di quelli stati di coscienza, che, pel tempo e per forza di naturale selezione organica, acquistarono maggiore compattezza ed unità. Il tronco d’un albero è sempre più resistente della foglia e del fiorellino, ultimi a spuntare sui suoi rami. Le qualità prevalenti ed eccezionali dell’individuo, in confronto delle qualità fondamentali e stratificate della coscienza, hanno minor presa nella trasmissione della loro energia sul fondo dell’animo della collettività. Di qui la forza del costume, delle abitudini, delle comuni credenze, dei pregiudizî. Il delitto è bene spesso il frutto di sentimenti ed idee germinate nell’ambiente morale di falsi principî, di erronee credenze, di inconsulte e cieche passioni. La folla è in soprammodo vittima di questo ambiente morale. I suggerimenti, i consigli, l’azione dei pochi privilegiati non arrivano a scuotere, a rompere lo strato malefico della comune coscienza. Anzi succede, nè è raro, che per una naturale legge dinamica di assorbimento, i pochi finiscono col cedere ai più, non solo perchè impotenti materialmente alla resistenza, ma perchè la loro energia, trasfusa nella larga piena dell’energia altrui, ne è trasformata e sparisce travolta da correnti le quali ne modificano sostanzialmente l’indole. Fate che nella corrente impura d’un fiume cada una quantità di pura acqua, essa perderà tosto la sua purezza e finirà con identificarsi alla gran massa di liquido con cui va confusa.