È legge costante, che le energie, fisiche o psichiche, poste a contatto, tendono a compenetrarsi ed unificarsi. Il centro attrattivo in prevalenza, o il nucleo del nuovo aggregato, si fissa per la affinità di energie similari; la risultante non solo ne comprende la somma, ma ne segna il grado di identificazione.
7.—Nella folla è da apprezzare, segnatamente, lo stato di emotività. Le emozioni, componendosi, si intensificano e si accrescono. Il che avviene in ragion diretta degli incentivi individuali ed in ragione inversa dei controstimoli eliminati o attenuati dall’ambiente di contrarie tendenze in prevalenze.
Le emozioni della folla dapprima sorgono con carattere depressivo, in ultimo prendono il carattere di esaltamento. Sono depressi i controstimoli della calma, dell’ordine: indi sorge la impulsività ad azioni subitanee ed incomposte. Il ritmo è incostante: allo stato caotico o di confusione, che turba le coscienze e fa che ognuno, incerto, tentenni e versi in equilibrio instabile di sentimenti e di idee, sopravviene il rifluire di correnti attive che, fissando uno o più centri di emotività, finiscono con l’imprimere al novello aggregato la fisonomia e la tonalità di atti impreveduti. L’esaltamento produce l’effetto di sospendere il funzionamento autonomo di ciascuna coscienza: sugli animi degli aggregati si diffonde una luce diafana e triste, si va addensando una nube, la quale, mentre toglie allo spettatore l’agio di distinguere i tratti caratteristici e la fisonomia di ciascun partecipante, elimina le singole iniziative e le confonde e le identifica nella unità di prodotto sinergetico.
L’azione delittuosa, per chi ne ignori la genesi in moventi prossimi o lontani, ha l’apparenza di scoppio fulmineo: essa sorprende con fasi impetuose; non ha altri limiti che nelle accidentali difficoltà del momento; scorre con la rapidità spaventevole di corrente tempestosa e, quando giunge alla fine, lascia dietro di sè la distruzione e lo squallore, ma non la prova di chi ne debba dirsi responsabile.
8.—Talora l’esaltamento, per favorevoli circostanze di tempo, investe così l’anima della folla da ingenerare una vera forma di psicosi con influsso epidemico.—Il Rossi—che per profondità ed originalità di vedute io giudico il vero fondatore, in Italia, della psicologia collettiva—così scrive: «Un sentimento od un’idea che si diffonda con una celerità più o meno grande; che conquisti, più o meno prestamente, molta gente, che ad esso creda fermamente, fortemente, è una epidemia psichica». Essa è dunque «uno stato ideo-emotivo che da uno o da pochi si diffonde a molti in maniera rapida ed intensa da produrre un arresto nel flusso della coscienza, e da dominarla, dando luogo a fenomeni strani di psicologia e di neuropatia». Gli elementi, adunque, d’una epidemia o d’un contagio psichico sono tre: uno stato ideo-emotivo, una diffusione anormale, un arresto ed un ingigantimento nel campo consciente capace di generare fenomeni anormali del corpo e della psiche. Abbiamo detto «uno stato ideo-emotivo», ossia uno stato di coscienza, giacchè una idea sola o una sola emozione non avrebbe in sè la forza di determinare uno stato di condotta, una piega del carattere qual’è quella che da un’epidemia psichica. La quale, a coloro che ne sono investiti e trascinati, dà come una personalità nuova. Ora questo non avverrebbe, se il contenuto della psicosi epidemica non fosse un pensiero ed un sentimento, giacchè è risaputo oramai che il carattere è donato non meno dal sentimento che dal pensiero. Inoltre, come noi dicemmo più volte, quelli che compongono la maggior parte della folla sono della gente amorfa o parziale—caratteri, cioè, o non ben definiti o incompleti—; mentre i meneurs sono, a seconda la classificazione del Ribot, dei caratteri «attivi o contradditorî successivi». E gli uni e gli altri—meneurs e folla—per formarsi una personalità nuova o per modificare l’antica, hanno bisogno di essere pervasi in tutto il loro essere; han bisogno di rifarsi o di crearsi il carattere e questo—lo si sa—non è meno pensiero che sentimento, idea meno che emozione»[111].
Il contagio passionale paralizza la facoltà di attendere in persone che, per altre contingenze, han mostrato di possedere il potere di frenare o di indirizzare i voleri, i desideri, le convinzioni dei molti. Lo scompiglio o il turbamento generale di animo fa sì che si perda la visione di un perchè chiaro nelle proprie operazioni: le correnti impulsive e repulsive sovrastano il piano visivo della mente; fin l’istinto di conservazione si indebolisce, perchè pare che tutto sia per crollare; che leggi, costumi, interessi non abbiano più valore, che la vita sia alla mercè d’un evento o sperato o immaginato o temuto. È l’effetto dell’uragano, che sconvolge tutto quello che incontra, abbatte le messi e gli alberi, travolge, rimescola, trascina e precipita in lontani baratri quanto gli si offre dinanzi; il che avviene specialmente nei casi di esplosione degli stati emotivi collettivi. Ma vi sono altri esempî, in cui la idea, il sentimento si sistematizzano lentamente: evvi un periodo di incubazione ed uno di rigoglio; durante il primo l’aggregato si organizza, nel secondo vive di vita tutta propria ed imprime orme indelebili. Fa meraviglia, ed in pari tempo desta orrore, vedere a qual segno possa giungere il contagio epidemico di credenze, di pregiudizî in epoche e tra persone che pur, sotto altro aspetto, restano ammirevoli nella storia della umana civiltà! Basterà citare la epidemia di credenze, al secolo xv e xvi, nelle stregherie, col relativo corredo di occultismo, per persuadersi di quanto danno alla umanità tornino i pregiudizî ed i falsi convincimenti allorchè si diffondano nelle turbe ed acquistino il potere di ottenebrare le coscienze della collettività. «Siffatte credenze—scrive il Cantù—si conservarono traverso al medio evo, sicchè ne son piene le leggende, nelle quali si confondono il misticismo e l’empietà, il tremendo e il grottesco; repulsate dai legislatori e dai dottori, ma serbate tenacemente dal vulgo, finchè vennero a mescolarsi con quella fungaia delle scienze occulte: i Settentrionali vi unirono il tributo delle loro saghe e valchirie e oldi e gnomi e spiriti elementari; gli Arabi le loro fate»[112]. «Massime nella Germania—prosegue il Cantù—così proclive al misticismo, erasi largamente diffuso il timor delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, e spedì due inquisitori, Enrico Institore e Giacomo Sprenger, con facoltà d’estinguere tali infamie con qual fosse mezzo. Appoggiati da Massimiliano I, essi inquisitori si vantano d’averne mandate a morte quatrocentotto in cinque anni nella diocesi di Costanza; nel solo elettorato di Treveri, racconta Möhsen, fossero processate in pochi anni seimila cinquecento persone per stregheria; moltissime trucidate nelle Fiandre il 1459; a Ginevra in tre mesi se ne condannarono più di cinquecento, convinte; Spagna e Francia ne furono insanguinate. Pietro Crespet dice che, al tempo di Francesco I, v’avea centomila streghe; ma Trescale, condannato il 1571 e avuta l’impunità, confessò che erano assai più. Nicola Remy, profondo criminalista e gran giureconsulto, consigliere intimo del duca di Lorena, vanta averne in quindici anni fatte morire novecento: dicono che Enrico IV ne mandasse al fuoco più di seicento nella sola provincia di Labourd; in Slesia nel 1651 ne furono arse ducento; cencinquantotto negli anni 1627, e 28 a Wurtzburg, fra cui quattordici curati e cinque canonici. In Italia pare, per questa sciagura, specialmente segnalata la diocesi di Como, il cui inquisitore nel 1485 ben quarantuno ne bruciò; e Bartolomeo Spina asserisce, che oltre mille in un anno vi si processavano, e più di cento bruciavansi»[113].—Non mancarono spiriti indipendenti, e scevri di apprensioni, nel combattere, ora apertamente ed ora sotto il velame d’una fede religiosa meglio diretta ed illuminata, errori di cotanto nocumento alla umanità; fino al famoso Reginaldo Scoto, il quale negava che il demonio possa cambiar corso alla natura. I supplizî, i roghi moltiplicavansi ovunque; la fantasia popolare era eccitata, nutrita dai pubblici sermoni, dai suffumigi e dalle unzioni, dal secreto di processi terminati quasi sempre con la confessione del paziente estorta col mezzo della tortura. Quando si pensa agli effetti di un’epidemia psichica durata, forse, fino a qualche secolo fa, si resta colpiti dal profondo dubbio se tante credenze reputate oggi scientifiche ed irrefutabili non abbiano la base nell’opera della suggestione e della illusione, e se davvero quella, che noi appelliamo verità, non sia che il prodotto soggettivo di passeggiare stato di coscienza!
9.—Il citato Rossi constata, che «la folla riceve impronta, nelle sue manifestazioni, da coloro che la compongono; massa talora amorfa, talora no per ciò che riguarda il carattere, e sui quali i meneurs gettano l’ombra immane della propria psiche. Onde l’azione della folla nasce da un incontro dei meneurs e degli uomini a fondo attivo su altri a fondo inerte, plastico, facile ad essere dominato e a seconda che gli attivi son volti al bene o al male, sono normali o no, l’azione della folla è buona o triste, normale o criminosa. Ora nella folla delittuosa, oltre i meneurs che vedemmo quali sieno, prevalgono i criminali nati, i pazzi, gli abituali, i quali la conducono al delitto, avvolgendo, nelle sfere d’una passione criminosa, gli amorfi, gli squilibrati, i parziali e facendone dei delinquenti passionali»[114].—La osservazione è esattissima, però richiede che sia completata. È vero che i meneurs, suggestionando la folla, le dànno una forma qualsiasi, il più spesso criminosa; ma è anche vero che essi sono coinvolti nelle spire dell’anima dell’aggregato, ed a seconda della natura di quest’ultima inconsciamente plasmano i loro convincimenti e le loro passioni. L’ambiente, di qualsiasi specie, è dominato dalla potenza di energia di individui predominanti, ma questi, alla loro volta, sono il portato dell’ambiente istesso: ciò che potrebbe semplificarsi nella legge, che tra gl’individui e la folla evvi rapporto di scambievole influenza; con questo di singolare, che la forza definitiva è equivalente alla somma delle forze concorrenti, e l’indirizzo dell’azione è impresso dalla spinta dell’individuo la cui attività suggestiva s’impone alle attività dei componenti l’aggregato.
10.—Tra le forme di aggregati criminosi, che maggiormente attirano l’attenzione del psicologo, va notata la associazione per delinquere. Il patrio legislatore, riproducendo dettami di legge seguìti in tutti i tempi, con gli art. 248-251, ha voluto disciplinare questa forma di delinquenza, la quale, tuttochè per l’influsso della civiltà vada perdendo le modalità più gravi sì frequenti in tempi antecedenti, suscita tuttavia grande preoccupazione, poichè contiene la maggiore minaccia contro il diritto privato ed il pubblico ordine. Gli associati per delinquere, ossia, giusta la definizione non molto felice ma perspicua di Zanardelli, coloro che si uniscono, non già per commettere questo o quel reato, ma in genere una serie di delinquenze, per far quasi, a così dire, il mestiere del delinquente, sono tra loro stretti da vincoli di comune sentire, pensare e volere, e le aspirazioni, ond’essi sono animati, riescono a formare di molteplici energie una sola energia, quasi organismo composto dalla fusione di corpi concorrenti e compenetrati da potente forza coesiva. Non è, dunque, come nella folla, che la dinamica di sentimenti e di idee subisca l’antagonismo e l’alternativa di azione e reazione, per la fusione accidentale di energie di natura simile o diversa; ma le energie associate si organizzano ed unificano con più spontanei e forti vincoli, appunto perchè di natura similare e tra loro congiunti dopo reciproca elaborazione selettiva.
La psicologia di qualunque specie di associazione criminosa procede per virtù di energie attrattive latenti e per azione immanente di assorbimento di energie palesi ed attuali.