La vita del delitto.

1. Vita individuale e collettiva del delitto.—2. Vita storica del delitto.—3. La necessità nell’apparizione del delitto; teoria del Bovio: la legge di continuità nel fenomeno del delitto.—4. Coefficiente qualitativo e quantitativo nel processo vitale del delitto.—5. Causalità ed uniformità di fenomeni; contenuto metodico e scientifico della statistica; psicologia criminale e statistica.—6. Obbietto della statistica criminale: valore probatorio delle leggi statistiche.—7. Principio fondamentale del calcolo di probabilità applicato alla vita del delitto: norme relative ai dati numerici delle leggi statiche e dinamiche del delitto; opinione del Ferri intorno alla influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto; confutazione.—8. Criterî da seguire nel calcolo di probabilità dei dati statistici criminosi.—9. La psicologia criminale etnografica, suo còmpito e suoi principali obbietti.

1.—Il delitto, fenomeno affatto naturale, ha una vita individuale ed una vita collettiva e storica. Individualmente, il delitto si germina ed apparisce azione di disordine causata da coefficienti statici e dinamici di atipicità antropologica e di anomalia funzionale nel processo evolutivo o dissolutivo di moventi esterni od interni. L’esame da noi fatto, degli stati di formazione e di sviluppo di cotesto processo, ci autorizza a concludere, che il delitto, dalla genesi cenestetica alla consumazione esteriore, non sia che esplicamento della forma di energia da noi appellata criminosa. Abbiamo, quindi, nel delitto i due estremi necessarî alla vitalità o realtà di qualunque fenomeno naturale, una energia in atto, ed il limite, di spazio e di tempo, entro il quale essa si viene effettuando. Inoltre, da quanto abbiamo svolto nei precedenti capi si deduce, che l’attività vitale del delitto dall’individuo si proietta nella collettività, vuoi per la ripercussione del danno privato e pubblico, che per la possibilità di svariate forme di organizzazione negli aggregati. La energia criminosa trova la via di funzionare sia per azioni individuali, che per azioni collettive: nell’uno e nell’altro caso obbedisce a quelle leggi meccaniche, la cui espressione fondamentale è nel principio di causalità.

2.—Il delitto, in fine, ha una vita storica. Il fattore storico, agendo con il cumulo dei coefficienti formanti il proprio ambiente, predispone la energia criminosa a manifestarsi in taluni effetti a preferenza che in altri. Da ciò il mutamento di specie di delitti secondo le epoche; la scomparsa, cioè, di alcuni di essi per la trasformazione del clima storico o l’intervento di nuovi elementi di progresso e di civiltà; l’attenuazione di altri per la eliminazione delle cause onde erano prima resi più gravi.

L’individuo, la collettività, la storia, ecco le tre fasi percorse dal delitto in quanto afferma la propria vitalità. E questa vitalità, si noti, è continuativa, per la legge di permanenza della energia; e le modificazioni, ond’è segnata in apparenza, non la privano della identità di contenuto, poichè, nella indefinita variazione di forme, essa conserva la nota culminante dell’esquilibrio funzionale psicofisico e dell’anomalia antropologica.

La scuola classica, astraendo il concetto del delitto dalla realtà naturale, ne creò un ente giuridico; il positivismo, partendo dalla nozione unitaria o monistica della natura, scorge nel delitto una vitalità accompagnata dal carattere di necessità e di permanenza. Di necessità, perchè in esso i fattori individuali, collettivi e storici agiscono in forza della causalità; di permanenza, perchè la energia criminosa si connette alla legge generale della conservazione, con equivalenza, della energia in genere.

3.—Il Bovio ebbe l’intuito della influenza della necessità sull’apparizione del delitto. Egli divise questa necessità in naturale, storica e sociale. Ricordando le tre possibilità del reato secondo la scuola dei giureconsulti, vale a dire la possibilità del dolo, la possibilità del danno e la possibilità di trasmutare il dolo in danno, domandava: «è compiuta questa dottrina della possibilità o è difettiva, astratta, unilaterale, governata da presupposti ciechi d’una vecchia e bolsa metafisica? Io domando: la possibilità subbiettiva è tutta individuale o entravi in dose più o meno densa la necessità naturale? Domando ancora: nella possibilità obbiettiva entra e in quanta parte la necessità storica? Domando in ultimo: nella possibilità esecutiva entravi e come la necessità sociale? La necessità, in somma, è qualcosa o niente nella storia dell’uomo, della quale il reato è parte sì larga? Sarebbe stato, adunque, assai desiderabile che accanto a quelle tre possibilità si fossero vedute queste tre necessità. Ma niente:—si credette sempre sconfinata la libertà, gelosa cavallerescamente di sè e disdegnosa d’ogni necessità; si credette l’individuo umano affatto autogenetico, autonomo e prodotto d’un solo fattore, di sè solo; e però furono escogitate quelle tre grandi menzogne che furono chiamate tre possibilità»[115].—«La natura ferma il destino d’ogni specie, non esclusa l’umana, e dà carattere e fisonomia così a ciascuna persona come a ciascun popolo: dallo svolgimento di questo carattere per asseguire il proprio destino deriva il presente in cui consiste la necessità sociale; dunque la necessità sociale deriva dalla necessità storica e questa dalla naturale. Ogni libertà deriva da una libertà; ogni necessità da una necessità: la libertà è necessaria; la necessità è libera. I codici dispaiano questa profonda armonia dei contrarî, rompono la dialettica del mondo, divellono la libertà dalla necessità, l’individuo dal popolo, il popolo dal tempo, il tempo dalla natura, e con un fattore credono trovare il prodotto storico e sociale»[116]. Concludendo, il Bovio, proclama, che in ogni reato entrano complici la natura, la società e la storia, oltre la volontà individuale.

E sia. Ma il Bovio, non peranco liberato dalla influenza del sistema sillogistico, crede aver scossa la base del diritto di punire sol perchè in questo entrano elementi che ne modificano profondamente i modi di applicazione. E che è mai la necessità sceverata dalla legge di continuità del fenomeno?; che la ragion penale dissociata dalla causalità naturale, e dall’unità di legge meccanica guidatrice dei fenomeni da noi percepibili? Potete pur negare la proporzione penale, e dire che essa, essendo tra il reato e la pena, che sono termini eterogenei, è intrinsecamente assurda: ma il delitto esiste, ed esiste la necessità sociale di combatterlo e di attenuarne, se non eliminarne, gli effetti.

Il fenomeno, umano o puramente materiale, in sè e nei limiti della conoscenza non ha esistenza assoluta, ma relativa. Relativa è la energia parziale rispetto alla forza universale; relativo è il suo modo di essere e di apparire; relativo il modo onde noi la percepiamo; relativa la conoscenza del suo passato e dell’avvenire. Eppure, in tanta relatività, non evvi forse un che di certo, di permanente? Lo stesso è del delitto: il suo essere individuale, collettivo e storico sono fasi, ond’è segnato il suo cammino: la vitalità, che gli è propria, è, nella energia criminosa, una delle tante guise onde la forza universale si realizza, il perchè dinamico e logico di fenomeni di esquilibrio e di anomalie, il tratto di tenebra che oscura, a momenti, la luce che rischiara ed abbella la nostra esistenza terrena.

4.—La conclusione delle sopraesposte idee è la seguente: il delitto, avendo una vita, con fasi successive nello individuo, nella collettività sociale e nella storia, deve di necessità risentire dei coefficienti statici e dinamici che, qualitativamente e quantitativamente, presiedono al suo nascere ed al suo sviluppo. Due specie di coefficienti, dunque, debbono riscontrarsi nel processo vitale del delitto; un coefficiente che attiene alla qualità ed uno alla quantità del suo contenuto intrinseco ed estrinseco: qualità e quantità che rispondono, nei medesimi fenomeni, all’elemento statico ed al dinamico. È elemento statico del delitto ciò che di esso permane attraverso le forme assunte durante le diverse fasi; è elemento dinamico ciò che cambia di apparenza e di atto, ovvero ciò che è inerente agli effetti multiformi e variabili nella violazione dei diritti individuali e collettivi. L’elemento statico è insito alla specialità della energia criminosa, la quale ha la essenza nello stato di esquilibrio e nell’anormalità di azioni disturbatici dell’ordine sociale; l’elemento dinamico, poi, si ravvisa nella serie degli atti di coscienza, che preparano, accompagnano e seguono gli stadî psicofisici del funzionamento criminoso, individuale o collettivo, non che le forme successive onde la delinquenza si attenua, si aggrava, si trasmuta durante il percorso del progresso o regresso storico.