5.—«Dalla legge causale generale—scrive il Tammeo—deriva come deduzione la uniformità generale dei fenomeni, la quale, a sua volta, risulta dalla coesistenza di uniformità parziali. Il che vuol dire che il corso generale della natura è uniforme, perchè uniforme è il corso degli innumerevoli fenomeni di cui la natura si compone. Date certe condizioni, è necessario quel determinato effetto, e, viceversa, un qualunque fenomeno è necessario così come si manifesta; il che vuol dire che avrebbe potuto essere diverso, se le cause che lo hanno prodotto fossero state diverse. Ciò parrebbe una nozione volgare; eppure tale non è quando si vede che quasi tutti nei giudizî intorno ai fatti sociali dimenticano di considerarli come conseguenze necessarie di cause immutabili. La legge causale spiega le uniformità dei fenomeni, il meccanismo cioè della natura e dei fatti sociali»[117].
Causalità ed uniformità di fenomeni: onde nei fatti sociali la energia criminosa, principio vitale della immanenza e permanenza del delitto, va appresa e dimostrata con la osservazione intorno ad azioni, le quali nei loro caratteri anomali e di esquilibrio conservino il meccanismo necessario alla produzione d’ogni formazione naturale, fisica o morale che sia. Dunque il calcolo numerico nelle grandi masse di dati di osservazione, quando abbia per obbietto la constatazione della vitalità spaziale o temporanea del delitto, non deve essere solamente reputato opera di metodo, ma materia di scienza.
È dall’essersi trascurati i veri principî della statistica, che dura tuttavia il dibattito tra chi in essa non riconosce che solo un metodo, negandole il carattere di scienza (Lo Savio, Guerry, Körösi, Lilienfeld, Gumplowicz, Benini, ecc.), e coloro che in essa riconoscono una scienza ed un metodo (Mayr, Conrad, Engel, Rawson, Block, Wagner, Bodio, Ferraris, Gabaglio, ecc.)[118].
L’aggruppamento e la enumerazione dei fatti sociali, pur essendo il frutto di accurata rilevazione, non saranno mai sufficienti ad insegnarci alcun concetto scientifico, se non sieno lumeggiati da verità e leggi apprese in precedenza e dedotte da principî universali ed inconcussi. La statistica, dunque, perchè ci aiuti ad apprendere la nozione della vita del delitto, importa che non si limiti alla semplice raccolta e comparazione dei dati; deve integrarli con le norme psicologiche criminali, ossia deve saperli rapportare alle leggi generali meccaniche della psiche del delinquente, o che questi sia studiato isolatamente, o che formi parte di aggregato collettivo.
Che cosa è mai lo spettacolo meraviglioso di mondi di esseri viventi per chi non ne conosca che l’apparenza esteriore fenomenica?—per chi non ne comprenda le intime leggi, e non sappia sollevarsi col pensiero a quell’unità di forza universale che tutto spiega e semplifica nel concetto assoluto della conservazione della sostanza? Che son mai le cifre numeriche per chi in esse non sappia leggere, in caratteri muti sì, ma eloquenti, il processo psichico del delitto, formazione naturale di fattori antropologici, fisici e sociali?
La probabilità delle leggi statistiche acquista certezza in ragione della perfetta comparazione ed integrazione con le verità inconcusse delle scienze alle quali si appartengono i dati elaborati. La statistica criminale deve ricorrere alla nostra disciplina, se non vuole errare nelle conclusioni. Ne volete l’esempio? Suppongasi che in una data località, in dato tempo, la media dei reati di sangue si aumenti rapidamente. Lo statista vi segnerà il fenomeno e, per spiegarselo, ricorrerà, in ipotesi, al consumo aumentato di alcool, ad accidentali frangenti di accanite lotte politiche, alla deficienza di pubblica sicurezza, alla mancata percentuale di emigrazione, tante volte valvola di salvezza di fronte ad individui spostati e bisognosi di lavoro o di maggiore espansione di attività.
Quali ne saranno le conclusioni? Che tutte coteste cause abbiano potuto influire alla determinazione di aumento di reati di sangue; ma come, perchè? La psicologia criminale, intervenendo all’uopo, studierà il processo psicofisico dell’aumento della speciale criminalità, ossia vi dirà come dati coefficienti sociali agiscano, trasformandosi in energie individuali, ad eccitare e corroborare le tendenze, latenti od attuali, criminose; ad alterare gli stati di coscienza, far insorgere impulsioni irrefrenabili, creare l’ambiente morale del delitto.—Insomma, per noi la statistica è metodo ed è scienza: è metodo perchè ci dimostra ad evidenza l’utile della osservazione e della induzione indirizzate a raccogliere fatti numericamente noti onde elevarci a conclusioni definitive: è scienza in quanto serve a semplificare quantitativamente la esattezza razionale di cànoni appartenenti a discipline a cui si riferiscono i dati raccolti in grandi masse.
6.—Intesa così la statistica, ben si conclude, che ella debba sussidiarci nello studio della vita del delitto.
Le energie criminose, le attività disorganizzatrici dell’ordine sociale, prese isolatamente, o nell’individuo o nella collettività, formano il contenuto della psicologia criminale; studiate nella media quantitativa di tempo e di luogo entrano nel dominio della statistica criminale e ci insegnano: a) come e perchè l’evento psichico del delitto, allargando l’attività entro i limiti quantitativi di grandi cifre numeriche, giunga a certo grado di intensità della energia criminosa; b) come e perchè il meccanismo, statico e dinamico, delle contingenze accidentali temporanee e spaziali influiscano ad imprimere la direzione alle tendenze criminose; c) come e perchè si debba ricorrere alla scelta di taluni mezzi, di preferenza, per ostacolare l’incremento maggiore di cause predisponenti al delitto.
Le leggi statistiche non esprimono la necessità dell’evento; ma il grado approssimativo di probabilità. Il loro contenuto è eminentemente condizionato all’ambiente mutabile dei fattori sociali: è perciò che Rümelin negava di attribuire ad esse il valore di leggi nel senso assoluto della parola, ed insieme al Mayr le chiama regolarità e normalità.