Nondimeno, anche nella sfera limitata della probabilità, le leggi della statistica, allorchè sieno precedute da induzione su fatti raccolti con accuratezza, hanno valore logico importantissimo; poichè, nei limiti soggettivi della conoscenza, servono di argomento onde assorgere ad intuizioni, che qualche volta hanno l’effetto di divinazioni. Herschel scriveva: «fu inventata l’espressione probabilità, voce che dimostra la nostra ignoranza nell’analisi degli avvenimenti e delle cause efficienti che guidano necessariamente i passi successivi pei quali essi accadono, non già in modo generale, ma bensì speciale e personale a chi usa questa espressione, per cui una relazione fisica, una esposizione storica, un avvenimento futuro possano avere gradi di probabilità molto vari all’occhio delle parti diversamente informate delle circostanze, delle cause in azione, della riputazione di veracità degli autori che ne fanno testimonianza, o delle occasioni che ebbero per conoscere i fatti in questione.
«La scala di probabilità, considerata nella sua maggiore lunghezza, stendesi evidentemente dall’impossibilità certa dell’avvenimento considerato, alla certezza che accadrà. L’intervallo totale fra questi estremi, ciascuno dei quali è una completa conoscenza, trovasi occupato da gradi più o meno alti o bassi di aspettazione o di credenza, determinati per mezzo della parziale conoscenza che ci è dato possedere, e può essere riguardata come una unità naturale, suscettibile di essere divisa numericamente in parti frazionarie, esattamente come l’intervallo fra il punto di congelazione e quello dell’acqua bollente, sulla scala termometrica, può essere suddivisa in parti aliquote o gradi. Realmente, non esiste una misura numerica naturale di una impressione mentale, come non esiste per le sensazioni corporali; ma in ambi i casi noi siamo certi che gradi più elevati della scala numerica possono ben rappresentare intensità più grandi di impressioni, ed in tutti due vi sono prove che accrescimenti uguali di un certo elemento puramente ideale per l’uno, e che potrebbe essere sostanziale per l’altro, corrispondono a diversità numeriche eguali nella scala, e che l’abbondanza più o meno grande di questo elemento determina in una maniera o in un’altra il grado d’intensità dell’impressione di cui si tratta»[119].
7.—Il calcolo della probabilità, fondato da Pascal e via via perfezionato e svolto da Fermat, Leibnitz, Huyghens, Hudde, Halley, Buffon, Bernouilli. De Moivre, Laplace, Quetelet, ecc., applicato alla constatazione delle leggi concernenti la vita del delitto deve basarsi sul principio, che nel processo evolutivo delle formazioni psichiche, con rispondenza in effetti integrativi o disintegrativi dell’ordine sociale, la permanenza della energia in atto, trasformandosi, conserva qualitativamente e quantitativamente la efficacia di ripresentarsi se concorrano date circostanze favorevoli.
Fissato il punto di partenza, o la stabilità effettuale della energia, ne viene logica la illazione, che la probabilità di riapparizione di certa specie di delitti non sia che accidentalmente l’effetto di circostanze predisponenti, poichè, in essenza, essa riposa sull’opera costante della energia criminosa attutita o scomparsa, non distrutta. Insomma, la statistica criminale deve, prima dei calcoli numerici, accertare il fondamento dinamico del delitto o di generi di delitti; il primo quesito è questo: evvi presso il tal popolo, in tale regione la proclività, l’attitudine, che mostrino la tale specie di energia criminosa propria dei delitti di sangue, dei furti e via dicendo? La risposta affermativa non deve esser data dalle cifre se non di accordo con la nozione di cause esaminate dapprima isolatamente: il fatto di aumento o diminuzione di omicidî può essere l’opera accidentale e passeggiera di torbidi politici, di brigantaggio, di conflitti locali; che direbbe mai il calcolo quantitativo al riguardo?
Trasportate nei rilievi numerici le leggi statiche e dinamiche del delitto; applicate alla vita progressiva o regressiva del delitto nel tempo le norme che accompagnano le oscillazioni della coscienza individuale criminosa, ed avrete il bandolo onde percorrere, senza tema di smarrirvi, il laberinto intricato delle umane azioni in controsenso della morale e della legge. Ciò facendo, però, occorre prescindere da’ singoli casi: il Quetelet, rispondendo alla dimanda, se le azioni dell’uomo morale ed intellettuale siano sottoposte a leggi, scriveva: «impossibile sarebbe il risolvere una simile questione a priori: se vogliamo procedere in modo sicuro, bisogna ricercarne la soluzione nell’esperienza.—Noi dobbiamo, prima di tutto, perdere di vista l’uomo preso isolatamente e considerarlo soltanto siccome una frazione della specie. Spogliandolo della sua individualità, noi elimineremo tutto ciò che non è che accidentale; e le particolarità individuali, che hanno poca o nessuna azione sulla massa, si cancelleranno da sè stesse e permetteranno di afferrare i generali risultati»[120]. Dello stesso Quetelet giova rammentare le infrascritte altre osservazioni: che sia difficilissimo il determinare la divisione delle forze umane e delle forze materiali che agiscono nei fenomeni; ciò che di leggieri si può vedere si è che le leggi del mondo materiale cambiano infinitamente di più mediante le forze della natura, che per l’intervento dell’uomo in generale; e più ancora, che l’azione individuale dell’uomo può essere considerata siccome sensibilmente nulla[121]. Finchè trattasi di cambiamento di leggi fenomeniche io son d’accordo col Quetelet; e son d’accordo nel doversi prescindere, per i calcoli di probabilità, dai casi singoli: ma sarebbe imperdonabile errore voler esagerare la teoria sino a cancellare, nell’ordine logico delle leggi sociali, la impronta iniziale e definitiva dell’azione individuale. La famiglia, la società, la nazione non sono che concetti astratti, di mero interesse logico soggettivo; di reale non evvi che l’individuo. Similmente è nella conoscenza della vita del delitto; la fase storica-sociale, in fondo, non è che il compimento della fase individuale: in sintesi essa è rappresentata dal complesso di cause accidentali temporaneamente sistematizzate da produrre, in forme costanti, l’aumento o la diminuzione della efficacia vitale della energia criminosa. L’azione delittuosa, non essendo immaginabile senza il soggetto cui inerisca, non è neppure apprezzabile se non si percepisca siccome l’effetto di singola energia, centro dinamico del concorso di coefficienti accidentali e causa prima in atto.
Il Ferri, esaminando la influenza dei vari fattori criminosi nella determinazione del delitto, scrisse: «Quando noi assistiamo al movimento della criminalità per una data serie di anni, in questo o quel paese, con un generale ritmo di aumento o di diminuzione, non è neppur pensabile che questo dipenda da analoghe e costanti ed accumulate variazioni dei fattori antropologici e fisici. Infatti, mentre le cifre assolute della delinquenza sono assai lontane dal presentare quella stabilità, che fu molto esagerata dal Quetelet in poi, le cifre proporzionali invece sui fattori antropologici, per il concorso delle diverse età, sesso, stato civile, ecc., nel movimento criminale, presentano in realtà minime differenze, anche in lunghe serie di anni. E per quanto riguarda i fattori fisici, se con taluni di essi potremo spiegarci, come ho dimostrato altrove, le oscillazioni repentine, in epoche determinate, evidentemente però nè il clima, nè la disposizione del suolo, nè lo stato meteorico, nè l’avvicendarsi delle stagioni, nè le temperature annuali possono aver subite nell’ultimo mezzo secolo tali cambiamenti costanti e generali, che neppur di lontano siano paragonabili all’aumento continuo di criminalità, con una serie incalzante di vere ondate del delitto, che ora constateremo in alcuni paesi d’Europa.—È dunque ai fattori sociali, a quelle «altre cause, come dice il Tarde, più o meno facili ad estirparsi, ma di cui non ci si preoccupa abbastanza», che noi dobbiamo attribuire l’andamento generale della criminalità, anche per queste altre ragioni. Primo, che le variazioni pur verificatesi o che si possono verificare in alcuni fattori antropologici, come il vario concorso della età e dei sessi al delitto e la maggior o minor libertà di esplosione lasciata alle tendenze antisociali, congenite o per alienazione mentale, dipendono, per rimbalzo, esse stesse, dai fattori sociali, quali sono le istituzioni relative alla protezione dell’infanzia abbandonata, al lavoro industriale dei fanciulli, alla partecipazione delle donne alla vita esterna e commerciale, ai provvedimenti di sicurezza preventiva o repressiva sulla segregazione degli individui pericolosi e via dicendo: e sono perciò un effetto mediato degli stessi fattori sociali. Secondo, perchè, prevalendo questi fattori sociali nella delinquenza di occasione e per abitudine acquisita, ed essendo queste il contingente più numeroso della criminalità totale, è chiaro come ai fattori sociali spetti in maggior parte l’andamento di rialzo o di ribasso, segnato dalla delinquenza in una lunga serie d’anni. Tanto è vero questo, che, mentre i maggiori reati, specie contro le persone, che rappresentano cioè in prevalenza la delinquenza congenita e per alienazione mentale, offrono una costanza di ritmo, veramente straordinaria, con lievi aumenti e diminuzioni, il movimento generale della criminalità, invece, prende la sua fisonomia da quei piccoli ma molto numerosi reati contro le proprietà, le persone, l’ordine pubblico, che più hanno l’indole occasionale, e, quasi microbi del mondo criminale, più direttamente dipendono dall’ambiente sociale»[122].
Innanzi discorremmo della influenza esercitata dalle necessità sociali sul delitto. La società, comunione di beni e di mali tra gl’individui che ne partecipano, è la fonte delle condizioni e dei moventi alla criminalità; è il terreno in cui germina il microbo del delitto. Grande errore, peraltro, sarebbe confondere il terreno adatto alla cultura con la forza germinativa del seme in esso sparso. Il fattore sociale è secondario in paragone del fattore antropologico; l’evento criminoso è effetto psichico dell’individuo, fuori la sfera del quale le leggi dinamiche non rientrano più nella serie dei fenomeni umani, ma nella serie dei fenomeni materiali. È per l’individuo e con l’individuo che le forze, fisiche o sociali che siano, si compongono e si unificano in formazioni psichiche coscienti; il delitto è una di queste formazioni. Il che, altresì, è dimostrato dall’argomento, che l’estremo del danno, privato e pubblico, prodotto dalle nostre azioni, attinge il carattere di punibilità, o di ragione di mera risarcibilità civile, dall’elemento soggettivo del fatto. Dunque, sia come genesi dinamica, che come effetto di nocumento, nella criminalità è in prevalenza il fattore individuale antropologico sul fattore sociale. Le quali osservazioni smentiscono in parte le conclusioni a cui il Ferri è pervenuto.
8.—Dall’individuo alla società, dalla società alla storia, la vita del delitto, con ritmo statico e dinamico di aumento e di diminuzione, con effetti ora integrativi dei processi di squilibrio psicofisico ed ora dissolutivi della personalità, permane con costanza di organizzazione e di effetti.
La statistica, nel significato di scienza e di metodo, ha il fine di apprestarci i dati numerici e le leggi onde conoscere i processi vitali del delitto nei limiti di spazio e di tempo: perchè ella vi riesca, non deve trascurare due cose: a) il significato logico da attribuire al calcolo di probabilità degli avvenimenti criminosi; b) i termini delimitativi di cotesto calcolo.
Laplace disse: la probabilità è relativa in parte alle nostre conoscenze ed in parte alla nostra ignoranza.—Ed, inoltre, spiegò: «tutte le nostre conoscenze non sono che probabili; e nel piccolo numero delle cose che noi possiamo sapere con certezza, nelle medesime scienze matematiche, i principali mezzi di pervenire alla verità, la induzione e l’analogia, si fondano su probabilità.»[123]—Forse con più esattezza, il nostro Mario Pagano osservò: «Il regno della probabilità è confinante con quello della certezza, ma è diviso da quello. La massima probabilità si ha per certezza, ma è distinta da quella. Nelle probabilità la mente non vede nè intuitivamente la verità, nè per necessaria dimostrazione, ma per congettura, la quale, più o meno, si può avvicinare alla dimostrazione. In questa la mente intuitivamente vede la necessaria connessione della media idea cogli estremi della proposizione, onde conchiude la necessaria connessione dei due estremi»[124].