CAPO XIII.
Teoria dinamica della Imputabilità.
1. Equilibrio interno ed esterno delle forze; l’idea ed il sentimento di giù. stilla.—2. Che cosa s’intenda per principio di causalità.—3. I tre concetti onde risalta la imputabilità; intento della psicologia criminale.—4. I due problemi fondamentali della imputabilità, quello etico e quello del determinismo giuridico: significato e contenuto della morale positiva.—5. La necessità effettuale; il determinismo organico o determinismo vitale; conseguenze rispetto alla imputabilità.—6. Svolgimento della teoria dinamica del dolo.—7. Dovere, in pratica, di attenersi agli elementi proprî del dolo specifico di ciascun reato.—8. Dottrina del temperamento.—9. I due metodi per la indagine del dolo; il metodo obbiettivo.—10. Il metodo subbiettivo: principio fondamentale della induzione; tentativo d’una logica della psicologia.—11. Norme imposte al giudice nella indagine del dolo.—12. La prova del dolo nei processi indiziarî; la ipotesi del fatto imputabile.—13. Teoria della colpa.—14. Psicologia della prevedibilità nella colpa.—15. La disattenzione e la colpa.—16. Teoria del caso.
1.—Il delitto, abbiamo dimostrato, è, nel ritmo composto dell’aggregato dinamico sociale, un centro di attività con moto divergente, ossia con azione disturbatrice dell’armonia delle forze consociate pel comune scopo di progressivo benessere. Abbiamo eziandio accennato alla verità del principio spenceriano, che la coesistenza universale delle forze antagoniste, che produce l’universalità del ritmo e la decomposizione di tutte le forze in forze divergenti, rende anche necessario l’equilibrio definitivo.
Per meglio comprendere le conclusioni, alle quali perverremo, dobbiamo ricordare talune verità chiaramente svolte dallo stesso Spencer: che, cioè, «quei fenomeni, che chiamiamo, subbiettivamente, stati di coscienza, sono obbiettivamente modi di forza: che una certa quantità di sentimento corrisponde a una certa quantità di moto: che il compimento di un’azione corporea qualunque è la trasformazione di una certa quantità di sentimento nell’equivalente quantità di moto; che quest’azione corporea lotta con varie forze e viene impiegata per vincerle; e in fine, che ciò che rende necessaria la ripetizione frequente di quest’azione è il frequente ritorno delle forze che da quest’azione devono esser vinte. Perciò l’esistenza in un individuo di stimoli emozionali, che siano in equilibrio con certe esigenze esterne, è alla lettera la produzione abituale di una porzione specializzata, di energia nervosa equivalente a un certo ordine di resistenze esterne, che essa abitualmente incontra. Così l’ultimo stato formante il limite, verso cui l’evoluzione ci conduce, è uno stato in cui le specie e le quantità di forze mentali ogni giorno prodotte e trasformate in movimento sono equivalenti ai diversi ordini e ai diversi gradi delle forze ambienti che lottano con questi movimenti o sono con essi in equilibrio»[127].
Ritenuto, che il delitto sia un centro di attività perturbatrice dell’ordine sociale, esso rappresenta un’azione divergente dallo stato o intento di equilibrio definitivo al quale volgonsi le azioni degli individui, siccome ad ultima mèta dei loro sforzi per procacciarsi il miglior bene desiderabile. Indi è che, per naturale legge dinamica, all’azione perturbatrice del delitto debba contrapporsi la reazione della collettività; il che avverrà con quei modi che comporta il grado di progresso sociale, secondo la necessità di soddisfare bisogni conformi allo stato della umana coscienza etica e giuridica.
Avvisata soggettivamente, cotesta umana tendenza alla integrazione dell’equilibrio sociale ha dato origine al primitivo sentimento ed alla prima idea di giustizia; ciò che è avvenuto per l’affermazione dell’istinto di egoismo contemperato dalla consapevolezza di limitazione della libertà propria a garanzia della libertà altrui. «L’affinità, la vite, la psiche—scrive Ardigò—scaturiscono dalle stesse forze onde esistono i loro soggetti; e ne rappresentano la risultante, che, come tale, si distingue specificamente dalle forze producenti medesime. E così la giustizia scaturisce dalle stesse autonomie prepotenti degli individui, ed è la specie distinta di essere risultante naturalmente dal loro contemperarsi insieme»[128].—E lo Spencer: «è chiaro che il sentimento egoistico della giustizia è un attributo subbiettivo, il quale corrisponde a quella esigenza obbiettiva che costituisce la giustizia, l’esigenza, cioè, che ogni adulto riceva gli effetti della propria natura e conseguente condotta. Perchè, se tutte le facoltà non hanno libertà di esercitarsi, questi effetti non possono essere ottenuti nè sofferti, e se non esiste un sentimento, il quale favorisca la conservazione di un campo adatto a questa libertà, il campo sarà invaso ed il libero esercizio delle facoltà sarà impedito»[129].
2.—Chi desideri approfondire i concetti su esposti, vedrà che la loro origine sia il principio di causalità, immanente in tutte le nostre cognizioni.—Per principio di causalità vogliamo intendere la sintesi di due termini: d’una idea di successione di più fenomeni, e d’un rapporto di necessità pel passaggio dall’uno all’altro fenomeno.