Nella dottrina del dolo—noi scrivemmo—[132] debbono concorrere: a) un fattore iniziale; b) un fattore psicologico; c) un fattore fisio-psicologico; d) un’attività cosciente.

Qualunque forza in azione ha un principio ed un fine; un prima ed un poi. Il principio è dato dall’azione impulsiva di altra forza con cui si è in contatto; il fine dall’esaurimento dell’energia, o dell’attitudine in atto. Quando, dunque, diciamo fattore iniziale, vogliamo intendere la nozione complessiva del movente, cui si è passivo, e della efficacia impulsiva esercitata sulla nostra forza. Da questo momento comincia il processo di trasformazione della energia passiva in energia attiva dell’io; il tempo, che vi occupa, è maggiore o minore a seconda la maggiore o minore attitudine qualitativa del movente rispetto alla nostra forza ed al grado di resistenza determinato o da precedente nostra conformazione o da stato transitorio poco conforme all’adattamento circa l’azione dello stimolo. Anzi, succede che, se lo stimolo agente è interno, l’adattamento è più agevole, perchè tutto ciò che si presenta coi caratteri o di sentimento o di idea partecipa di già sostanzialmente con la natura della nostra psiche; non essendo logico concepire, che una forza si determini in dato effetto senza che ne abbia conformità di attitudine. L’azione o la efficacia d’un’idea, come diceva il Romagnosi, sulle nostre facoltà psichiche ha tutti i caratteri impulsivi degli stimoli esterni: mentre, per questi, il periodo iniziale è la sensibilità fisica, per l’idea è il sentimento (o il tono sentimentale): la differenza è nel momento evolutivo della energia in atto; ma le due forme di agenti si identificano nella passività psichica. Ed è facile capire che, avuto lo stimolo, si è stabilita una relazione o di accordo o di opposizione tra due energie, le quali o tendono ad equilibrarsi, o si collidono: nel primo caso la risultante ha maggiore vigore e si converte nella intima soddisfazione, che è il grado primo del piacere; nel secondo caso, o l’impulso vince, e si ha il primo grado della coazione psichica; o è vinto, e la spontaneità di facoltà si converte in attitudine all’azione. La coscienza di questi primi stadî dell’attività psichica è sottoposta a delle restrizioni notabili: se l’impulso viene dall’esterno, dobbiamo distinguere se appartenga e formi parti dell’ambiente in mezzo a cui viviamo, ovvero se sorga isolatamente da accidentalità di relazioni; nella prima ipotesi, la trasformazione di energia avviene a nostra insaputa, inconsciamente; nella seconda ipotesi, ci è dato accorgercene quando altro stimolo simultaneo non ci preoccupi l’attenzione. E la coscienza, ridestandosi, non fa che notare il nesso di tempo o di successione tra la esistenza esterna dello stimolo e la esistenza interna; il che è dato dalla così detta percezione sensitiva, intesa nel significato di affermazione della esistenza di un certo che estraneo al nostro organismo e che col medesimo si è messo a contatto. Se lo stimolo è interno, ovvero nasce da idea prevalente sulle rimanenti, le quali nella simultaneità mentale si addimostrano, bisogna eziandio distinguere se essa idea sorga nuova, ovvero abbia dei lontani germi in idee precedenti: nella prima ipotesi, la sua efficacia può essere minima o massima a seconda l’indole o natura speciale che la distingue e la rende conforme alla serie delle idee e dei sentimenti con cui si connette nello stato attuale interno; nella seconda ipotesi, la efficacia è più forte, perchè l’origine latente, cui si riattacca, risulta a maggiore qualità di adattamento alla nostra psiche, ed a maggiore facoltà di resistenza con le idee concomitanti e che hanno tendenza di prevalere.

La coscienza, in questa duplice ipotesi, è in ragione non solo del grado dello stimolo, ma dei precedenti stati di abitudine: poichè, se le idee stimolanti, o idee consimili, abbiano altra volta fatta apparizione nel mondo psichico, la coscienza, essendosi alquanto adattata passivamente, è meno atta a sorprendere il nuovo stato transitorio della interna attività: ma, se la idea è nuova, la coscienza ne avverte di più la presenza o ne sopporta l’azione.

Nei descritti fatti, oltre che aver delineato il fattore iniziale del dolo, abbiamo anche compreso il fattore fisiologico ed il fisio-psicologico. Si comprende, in vero, che nel fatto complesso della coscienza, con significato il più ordinario a concepirsi, lo stato fisiologico dell’individuo è il primo dato permanente di qualunque interna modificazione.

E se abbiamo distinto il fattore fisiopsichico, ciò è per indicare il momento di passaggio dallo stadio della passività, esterna o di percezione sensitiva ed interna o di sentimento, allo stato di attività cosciente od incosciente.

Arrivati a segnalare l’apparire della coscienza, adempiremo l’assunto di studiare la sua attività nei diversi gradi onde suole funzionare.

La efficacia dello stimolo, attuatasi, addiviene motivo; vale a dire partecipa l’azione meccanica o dinamica all’io, mettendolo in grado di agire in un modo ovvero in un altro. La coscienza, a questo punto, passa dallo stato di quasi passività al primo stadio di attività: poichè le energie concorrenti, di idee e di sentimenti, si attuano con speciale direzione e mostrano già di essere indirizzate a determinato sogno. Se il simultaneo sorgere di qualche altro stimolo non viene o a frenare, reagendo, o a rivolgere altrove l’attività iniziale, il primo motivo si trasforma in impulso vittorioso, ed alla mente si rappresenta, non già con i caratteri di agente o di stimolo, ma di fine ultimo da raggiungere, siccome mèta dell’azione. La mente, usando della sua razionalità, vede il nesso causale fra il carattere d’impulso del motivo e quello di fine, e delibera se dar corso all’attività iniziata, ovvero arrestarne la tendenza. Ed in che modo ciò può avvenire?

Nella collisione delle energie dei motivi comprendesi che la prevalenza è di chi abbia maggior forza; ma non è così nel rapporto tra il motivo e la psiche. Il motivo, di qualunque origine e natura, non ha che efficacia dinamica; nella psiche evvi, per di più, energia razionale, cioè consapevole dei proprî atti, o tale da seguire il corso di qualsiasi spinta, con la coscienza di finalità. È qui, veramente, il problema psicologico, e noi non ne sappiamo dare che la dimostrazione per analogia con le restanti forze naturali.

Come l’affinità chimica, la forza vitale vegetale e la vitale animale diconsi prevalere ciascuna in un piano particolare di esistenza, similmente nei fenomeni umani la forza razionale è la predominante nel grado più elevato di funzione psichica, e quella che, ritraendo del risultato quantitativo delle coefficienze di energie concorrenti, si spiega nell’attività di funzione circa la scelta di mezzi, i quali debbono procacciarle la soddisfazione di un bisogno. Insomma, il motivo comunica alla psiche la energia meccanica; ne ritrae il carattere di razionalità: dapprima agisce da impulso, poscia acquista la natura di scopo e rientra nella sfera di spontaneità di elezione. Si comprende che, a questo punto, la determinazione comincia ad addivenire necessaria, obbedendo alla causalità del fine, la cui efficacia ideale assorbisce l’attività e ci trasporta alla esecuzione del proposito, ovvero all’uso dei mezzi prescelti.

Riassumendoci, diciamo, che nel dolo vi è la sintesi delle facoltà psichiche dirette a divisato scopo; la quale sintesi consta: a) di un motivo convertibile in iscopo; b) di una scelta di mezzi adatti all’azione; c) di una determinazione ad agire. Ai quali fattori occorre aggiungere, che, quantunque lo scopo, talfiata, sia conseguibile per le vie legali, la immoralità dei mezzi è sempre intrinsecamente riprovevole e perciò causa di sanzione penale. Ond’è che il dolo può definirsi: La determinazione Ai scelta di mezzi rivolti a fine criminoso. Dico determinazione di scelta per segnare il vero momento psicologico in cui la passività mentale si trasmuta in attività cosciente, cioè nel vedere, misurare ed eleggere quei mezzi, i quali, in sè medesimi, contengono la prova della deliberazione, o inclinazione a raggiungere un fine piuttosto che un altro; ossia di correr diritto, per esempio, alla soddisfazione del desiderio di vendetta, piuttosto che attenersi alla garentia della legge, per vedersi fatta giustizia di qualche offesa ricevuta. Dico, inoltre, mezzi rivolti a fine criminoso, per esprimere, non solamente la natura della deliberazione, ma eziandio la qualità dei detti mezzi, ed il fine speciale cui sono indirizzati perchè servissero ad effetti imputabili penalmente. Trovo del Nani la seguente osservazione degnissima di essere ricordata: «La determinazione della volontà dipende dall’agire la medesima per un principio intrinseco della sua attività e dall’avere una forza elettiva regolatrice delle sue operazioni, per cui fra gli oggetti rappresentati dall’intelletto siasi scelto quello che si poteva rifiutare. L’intelletto è quella facoltà con l’uso della quale si conoscono e si distinguono le qualità assolute e relative di più oggetti, si scuopre la loro convenienza o disconvenienza, e colla istituita comparazione tra le diverse conseguenze, che ne risultano o possono risultarne, si viene a deliberare sulla preferenza dei motivi in vista di cui la volontà si determina piuttosto all’un oggetto che all’altro»[133]. Come vedesi, alla mente del Nani non sfuggiva punto l’intrinseco principio attivo della volontà in correlazione della forza elettiva o della funzione dell’intelletto di deliberare sulla preferenza dei motivi; il che, in complesso, adombra l’odierna teorica dinamica della energia criminosa, completata dall’applicazione della legge della conservazione delle forze e della prevalenza qualitativa e quantitativa di una energia sulle altre concorrenti alla formazione dei fenomeni della natura.