Il Bain, in applicazione dei principî generali deduttivi ed induttivi, volle gettare le fondamenta d’una logica della psicologia; ed egli credette di adempiere l’assunto esaminando il problema degli attributi dello spirito, quello dell’unione costante dello spirito e del corpo, e degli aspetti sotto cui si presenta ogni fenomeno dello spirito; per indi trascorrere all’esame delle proposizioni psicologiche, dei metodi logici della psicologia e della logica della scienza del carattere[136]. Il tentativo, secondo me, rimase incompleto, perchè il contenuto d’una logica della psicologia non deve arrestarsi alla genesi ed alle forme degli stati di coscienza, ma deve suggerirci le norme per riprodurre in noi, coordinare ed unificare i fatti della psiche nel loro ordine temporale e spaziale; ciò che appartiene al processo rappresentativo degli altrui fenomeni psichici. Il metodo di introspezione può essere adoperato sia per comprendere ciò che intrinsecamente avviene in noi, che quanto sia stato prodotto per sforzo di riflessione e di immaginazione sui ricordi di fatti e di stati interni appartenenti ad altri: è così che noi abbiamo il mezzo, in forma rappresentativa, di osservare, come per riflesso, i dati soggettivi di importanti avvenimenti sociali, nati dalla vita di relazione tra’ simili ed apparsi con effetti esterni. Esempio evidente si ha nell’ufficio del giudice di investigare l’elemento soggettivo del delitto. Qualunque logica formale circa la specie e la qualità di prove giudiziarie sarà insufficiente se il giudice, ben usando del metodo induttivo, non possegga la virtù di riprodurre e rappresentare in sè, in forma almeno fugace, il processo interno dell’agente, connettendo il tutto insieme obbiettivo del fatto a quel complesso di fattori dinamici soggettivi, i quali debbono, in ultimo, farci consapevoli del nesso logico di causalità tra l’evento psichico del delitto ed il suo effettuarsi nell’azione.
11.—Abbiamo spesso ripetuto, che le nostre cognizioni son sottoposte alla legge di relatività. Qui non intendiamo parlare di quella relatività per cui Spencer, sulla scorta di Hamilton, concludeva, che la realtà esistente dietro le apparenze è e deve sempre essere sconosciuta; ma della relatività limitata alla conoscenza dei fenomeni umani.
Una siffatta relatività dipende in parte dal soggetto, che conosce, ed in parte dall’oggetto della conoscenza. Il psicologo, che vuol comprendere le leggi di certi fenomeni dell’altrui coscienza, dovrebbe aver tutte le attitudini e le opportunità di riprodurre in sè, qualitativamente e quantitativamente, i detti fenomeni; la qual cosa è impossibile che avvenga.
In oltre, pur ammesso che egli possegga le qualità richieste, si troverà dinanzi a difficoltà che trascendono il di lui potere; avvegnachè i fatti interni, perchè fossero esattamente riprodotti, dovrebbero essere conosciuti nelle loro più lontane cagioni ed in tutti gli infiniti rapporti casuali che sfuggono alla più minuta ed attenta osservazione.
Abbiamo voluto richiamare il lettore sulle fatte osservazioni, perchè vegga quanti siano gli ostacoli frapposti all’opera del giudice che voglia adempiere il dovere di rendersi ragione dello stato soggettivo e dell’elemento del dolo d’un imputato. Ciò non ostante, avverrà pel giudice quello che avviene per ogni studioso di fatti psichici. Egli deve aver cura, in primo luogo, di condizionare le conoscenze subbiettive del fatto, ricordando quel che Hamilton scriveva, che pensare è condizionare, e che la limitazione condizionale è la legge fondamentale di possibilità del pensiero.
Il giudice, per convincersi del perchè di avvenimenti affidati al suo giudizio, dovrà saper distinguere e coordinare le circostanze interessanti, eliminare le superflue e cogliere i punti impercettibili che sono gli anelli intermedî tra le cose e che, poco apprezzati in apparenza, sono in sè di inestimabile valore. Il secreto è di non tralasciare verun dato che non sia, in precedenza, posto in relazione con altri dati soggettivi antecedenti, poichè, al dire di Spencer, «ogni completo atto di coscienza, con la relazione e la distinzione, implica anche la rassomiglianza: prima che uno stato di coscienza diventi idea o costituisca un elemento di conoscenza, deve non solo essere conosciuto come separato di specie da certi stati anteriori, coi quali è notoriamente in relazione di successione, ma deve anche essere conosciuto come appartenente alle stessa specie degli stati anteriori»[137].
Le ragioni di precedenti rapporti logici in parte si ricavano dalla pratica della vita, in parte dalla psicologia comune e, massimamente, dalla nostra disciplina: il risultato ottenuto, quale materiale del giudizio definitivo, conterrà la certezza proporzionata al corredo di coltura e di esercizio mentale individuale; avvegnachè, secondo lo stesso Spencer, «una cosa è perfettamente conosciuta solo quando è, sotto tutti gli aspetti, simile a certe cose previamente osservate; e resta incognita in proporzione del numero dei rapporti in cui essa differisce da quelle: in oltre, quando una cosa manca assolutamente di attributi comuni a cose note, essa è assolutamente fuori dai limiti della conoscenza»[138].
12.—Le maggiori difficoltà s’incontrano nella prova del dolo in processi indiziarî. In questo caso il giudice procederà per via di ipotesi. Egli, cioè, partirà, per la estimazione dei fatti, da congetture che avranno più grande conformità sia con l’indole apparente del reato, che con l’evento verificatosi. Bisogna, intanto, avvertire, 1o che la ipotesi dell’avvenimento non sia nè arbitraria, nè ispirata da impressioni passionali, poichè, altrimenti, o si devierà dal nesso logico effettuale, ovvero si esagererà, pro o contra, l’apprezzamento della qualità e quantità della energia criminosa che abbia causato il delitto. Per quanto si abbia l’abitudine ad apprendere e considerare i fenomeni delittuosi, noi non siamo in grado di spogliarci della impressione che ciascun di essi desta nel nostro animo: la repugnanza, che ognun sente pel maleficio; il sentimento di pietà, di disgusto per le altrui sofferenze; il colorito vivace, che la immaginazione aggiunge al fatto; il modo tutto personale, onde giudichiamo le umane azioni; la influenza esercitata sulla nostra riflessione da’ cento motivi palesi ed occulti, sono altrettante cagioni per cui la mente o è impedita o fuorviata dal cogliere la verità delle cose. Egli è d’uopo spogliarci delle preoccupazioni, o degli idoli della mente, come da Bacone eran chiamati, se vogliamo non errare investigando il perchè logico d’un dato fenomeno. In oltre, 2o, occorre che la ipotesi abbia la consistenza in qualche circostanza essenziale del fatto; circostanza che sia resa ben chiara e che serva di punto di partenza per comprendere la condizione morale del soggetto agente, il primo ridestarsi in lui di motivi, i quali si trasformarono in azione lenta o rapida agli ulteriori atti interni criminosi. Anche in ciò è da avvertire, che, a riguardo della scelta della circostanza fondamentale alla ipotesi, noi sottostiamo, non pure all’abitudine contratta di percepire le cose e di valutarle in modo peculiare, ma alla suggestione partecipataci da’ testimoni, dall’indole sentimentale degli avvenimenti e dall’interesse che, molte volte senza averne sentore, noi annettiamo a date ipotesi per nostre personali predisposizioni di animo, di educazione e di coltura. L’indizio (da indice), accenna alla verità; ma chi di questa non siasi reso padrone con precedenti e lunghi esercizî della mente, scambia i termini del giudizio, e, messosi su falsa strada, erra nel ragionare e nel concludere.