13.—Se il dolo—scrivemmo altrove[139]—è nella determinazione di scelta di mezzi, la colpa è nella mancanza di determinazione di scelta; che è a dire, nell’assenza di estimazione del legame tra l’atto voluto e l’effetto conseguito. Il quale stato di animo si vuol dividere nei seguenti termini: a) un motivo che ci stimola ad operare; b) uno scopo prossimo, e da noi preveduto, da raggiungere; c) uno scopo rimoto fuori le nostre previsioni; d) la scelta di mezzi analoghi direttamente allo scopo prossimo, indirettamente allo scopo rimoto. La relazione tra essi termini, sulla quale si fonda la differenza tra il dolo e la colpa, si è che il motivo non si converte che in iscopo prossimo; e la scelta dei mezzi solo a questo scopo è conforme; mentre la imputabilità dell’atto tira la ragione d’essere dallo scopo rimoto lesivo del diritto. In somma, la nostra dottrina non è differente da quella che ripone la essenza della colpa in un errore evitabile[140], per effetto del quale si è verificata un’involontaria dannosa conseguenza. Il fatto inconsulto, di cui parlavano gli interpreti del Diritto romano[141], si risolve sempre nella imprevedibilità o mancanza di cognizione di qualche effetto che poteva essere in relazione coi mezzi destinati a fine diverso. Il Kleinschrod spiega l’enunciato concetto osservando, che «un errore si connette senza contrasto con una determinazione della volontà, in quanto che nella colpa è palesemente riposto il difetto della volontà di usare, operando, di quella diligenza a cui ciascuno è obbligato, e così il difetto della volontà di deporre l’errore, che si sarebbe potuto e dovuto agevolmente scoprire. Ogni uomo di mente sana può e dee sapere, che è tenuto ad un certo grado di diligenza, a fine di non offendere i diritti degli altri. Ogni uomo probo rifletterà più o meno nelle sue azioni di qualche importanza, se sieno conformi alla giustizia, e se possa derivarne alcuna violazione del diritto. Ogni uomo conosce ancora, che la sua azione soggiacerà ad una pena, se trasgredisce colposamente le leggi. Quando, dunque, uno si rende debitore di colpa, non ha la volontà di applicare la necessaria diligenza alle sue azioni: non vuole, in vero, trasgredire la legge, ma non si dà il pensiero, che dovrebbe, per non trasgredirla. Egli, dunque, è punibile, perchè trascurò contro l’ordine giuridico questa diligenza, non si tolse all’errore, e così produsse una violazione del diritto: egli è punibile, in somma, perchè non si servì della forza della sua volontà, per superare un errore, che si poteva facilmente evitare. Se il delinquente doloso commette col vigore della sua volontà il fatto illegale, si può affermare, che il delinquente colposo lo commette con la debolezza della sua volontà, non usando la debita diligenza»[142].

14.—Da parecchi scrittori si propugna la teoria che ripone la colpa nel nesso aggettivo dell’azione col danno; e noi opiniamo che essa meriti plauso quando trattasi di colpa derivante da quasi-delitti civili; non così in casi di colpa punibile penalmente. La imputabilità, lo abbiamo visto, è l’equivalente giuridico d’una causalità cosciente, o, com’è nella colpa, d’una causalità alla cui coscienza del fatto manchi l’uso d’una facoltà, quello della prevedibilità appartenente al comun modo di funzionamento psichico per evitare le possibili cause di danni altrui.

La prevedibilità o la previsione del fatto, e delle conseguenze che da esso derivano, dipende da due fattori, l’uno psicologico, l’altro logico: il fattore psicologico consiste nel buon uso dell’attenzione; il fattore logico nel criterio di possibilità di antivedere le probabili evenienze dannose.

Cominciando a trattare del primo fattore, osserveremo: a) che cosa si intenda per attenzione relativamente ad una conseguenza dannosa imputabile; b) in quante categorie vadano divisi i reati colposi per i modi e le specie secondo cui l’attenzione è distinta; c) il meccanismo dell’attenzione nei riguardi dell’obbietto dannoso non preveduto; d) in che consista la disattenzione.

Nei precedenti capi abbiamo, più d’una volta, avuta la opportunità di parlare dell’attenzione e del suo funzionamento psichico: usando la definizione di James, diciamo, che essa sia l’atto per cui la mente prende possesso in forma limpida e vivace di uno fra tanti oggetti e fra diverse correnti di pensieri che si presentano come simultaneamente possibili.

Avendo per origine degli stati affettivi, i quali hanno per causa delle tendenze, dei bisogni, degli appetiti, l’attenzione si riattacca, in ultima analisi, a ciò che vi è di più profondo nell’individuo, l’istinto di conservazione (Ribot): si converte in una condizione della vita, e conserva il medesimo carattere nelle forme superiori, in cui, cessando di essere un fattore di adattamento all’ambiente fisico, addiviene fattore di adattamento all’ambiente sociale.

Restringendo questi concetti al nostro assunto, premettiamo, che l’attenzione, come causa selettiva, concentra la coscienza agli oggetti ed ai rapporti reali che, isolatamente considerati o come effetti di data azione, contengono la violazione del diritto altrui e cadono sotto la sanzione preventiva o repressiva della legge penale. Ond’è che, essendo il difetto di attenzione la causa psicologica dei reati colposi, la diversità degli oggetti, cui si riferisce, costituisce categorie o serie differenti di fatti imputabili. Una prima divisione dell’attenzione è quella di sensoriale e d’intellettuale, secondochè trattisi di oggetti presenti ai sensi, ovvero di oggetti ideali o rappresentati. Nell’ordine dei reati colposi, appartengono al difetto di attenzione sensoriale quei fatti i quali possono ledere l’integrità fisica dell’individuo, e che dipendono, per l’appunto, dal non aver noi previsto certi avvenimenti materiali in dipendenza immediata con qualche nostra azione. Ho detto avvenimenti materiali per mostrare la causa reale e sensibile del fatto dannoso; come, ad esempio, sarebbe la lesione prodotta per arma da fuoco, quando l’atto della scarica, di natura sensibile, dia luogo ad una ferita involontaria: ho detto dipendenza immediata, per precisare il rapporto diretto tra l’atto della scarica e ciò che n’è derivato, senza che altro motivo vi sia intervenuto. Appartengono, invece, all’attenzione intellettuale quei reati colposi i quali sono imputabili per ragione strettamente preventiva e perchè sono inerenti ad un dovere di ufficio a cui si era tenuto; come, ad esempio, l’omesso avviso di rinvenimento d’un fanciullo (art. 389 Cod. pen.); l’omessa denuncia d’un reato, per parte d’un pubblico ufficiale (art. 180); la trascurata custodia di detenuti (229, capoverso 2o); oltre le contravvenzioni degli art. 439, 471, 477, 482 Cod. penale.

Maggiori difficoltà presenta l’attenzione quando sia studiata nel suo meccanismo, essendo questo tema, secondo il Ribot, finora molto trascurato, e dipendendo da esso, non soltanto il completamento della teoria dell’associazione, ma i concetti per misurare qualitativamente e quantitativamente la specie ed il grado di coscienza necessaria per concludere alla prevedibilità di certi effetti in correlazione con certe cause. Per procedere con ordine, ricordiamo la distinzione dell’attenzione in naturale o spontanea, volontaria od artificiale.

«La prima, osserva Ribot, negletta dalla maggior parte dei psicologi, è la forma vera primitiva fondamentale della attenzione. La seconda, sola studiata dalla maggior parte dei psicologi, non è che una imitazione, un risultato dell’educazione, dell’ammaestramento, dell’adattamento. Precaria e vacillante per natura, essa attinge ogni sua sostanza dall’attenzione spontanea, in cui soltanto trova un punto di appoggio. Sotto queste due forme, l’attenzione non è un’attività indeterminata, una specie di atto puro dello spirito, agente con mezzi misteriosi ed impercettibili. Il suo meccanismo è essenzialmente motore, cioè a dire che essa agisce sempre sui muscoli e per i muscoli, principalmente sotto la forma di arresto, ond’è che come epigrafe di questo studio potrebbe scegliersi la frase di Maudsley: colui che è incapace di governare i suoi muscoli è incapace di attenzione»[143].

Per l’interesse delle conseguenze dannose, ossia in correlazione alla colpa, giova notare alcuni caratteri principali dell’attenzione. Essa, come si è detto, risiede in uno stato affettivo dell’animo, ossia è mossa e determinata da un interesse o da uno stimolo; ond’è che fu divisa in immediata e derivata. È immediata, secondo James, quando lo stimolo è di per sè interessante, senza relazione con niente altro; derivata quando lo stimolo è interessante soltanto per le associazioni che ha con qualche altra cosa più direttamente interessante. Inoltre, l’attenzione, consistendo nella sostituzione di un’unità relativa della coscienza alla pluralità di stati, al cangiamento che n’è la regola; ed essendo il prodotto, insieme alla coscienza, della connessione delle formazioni psichiche (Wundt), ha la virtù di meglio percepire, concepire, distinguere, ricordare, aumentare le forze cognitive stesse. Quest’ultimo carattere dipende dall’assioma scientifico, che la forza non si crea ma si trasforma soltanto; quindi, aumentare la forza cognitiva può significare soltanto trasformare, a disposizione dell’intelligenza, una forza organica (Brofferio).