Da quanto si è detto, nei riguardi psicologici della colpa, crediamo fermare le verità infrascritte: a) La prevedibilità, la quale poggia sull’attenzione spontanea, ha bisogno di minore sforzo che quella la quale poggia sull’attenzione volontaria o artificiale; imperocchè la prima si svolge per potere intrinseco e con adattamento naturale ed in gran parte ereditario; la seconda è soggetta a dei poteri estrinseci e sopraggiunti. Di qui la maggiore responsabilità o il grado maggiore di colpa in quei fatti, i quali si riferiscono all’ordinario modo di vivere, alla comune esperienza; cioè all’uso di quella attenzione che è un portato spontaneo della natura; come la responsabilità minore in avvenimenti per i quali si richiede una sviluppata educazione, un retto indirizzo, un abituale uso di volontaria attenzione, b) La regola generale qui espressa soffre eccezione nel caso di diminuita prevedibilità per lo stato di sorpresa o di stupore, essendo esso indice di maggiore colpa nell’uso di attenzione volontaria od artificiale, che nell’uso di attenzione spontanea. Avviene, talora, in qualche nostra operazione, che oggetti o fatti nuovi e straordinarî attraggano l’ammirazione, e pel lato emotivo restringano il potere della coscienza in guisa da arrestare il corso alle nostre idee e fissarci potentemente alla contemplazione di un punto solo percettivo. Siffatto fenomeno, non molto raro ad avverarsi, è causa ordinaria di imprevedibilità; epperò va tenuto in considerazione. Il grado di colpa, a cui da luogo, è maggiore nell’attenzione volontaria che nella spontanea, pel principio logico, che chiunque volontariamente intraprenda qualche operazione, seguendo gli artificî che una speciale attitudine ed istruzione gli hanno appreso, ha l’obbligo di meglio attendere a che qualche evento fortuito non lo sorprenda e lo renda causa involontaria di danno altrui.
Il chirurgo, per esempio, che intraprende un’operazione, deve attendere che non si verifichi una emorragia; e, se questa lo sorprenda, egli, che non ha saputo prevederla, è responsabile di non lieve colpa. c) L’attenzione spontanea è meglio adatta agli oggetti esterni; la volontaria, o riflessione, meglio agli interni. Darwin ben disse, che quest’ultima è l’attitudine della visione difficile, trasferita dagli oggetti esterni agli avvenimenti interni, i quali si lasciano malagevolmente comprendere.
Tutti i reati colposi, i quali appartengono all’adempimento d’un dovere di ufficio, debbono comprendersi nella seconda specie di potere intenzionale o riflessivo: il grado di responsabilità, dal lato subiettivo, è in ragione della maggiore e più protratta attitudine ad attendere; ciò che rientra nella specie colposa della negligenza, ossia nell’aver omesso quello che si è soliti di non omettere in adempimento d’un dovere esigibile.
15.—A compimento di studio del primo fattore della prevedibilità, il fattore psicologico, dobbiamo parlare della disattenzione.
Chi attende concentra l’energia mentale su un punto fisso, restringendo in esso il campo visivo alla medesima maniera di chi adoperi una lente per raccogliere i raggi sopra unico obbiettivo: chi, invece, non attende, o malamente attende, disperde le attività coscienti ed o resta privo della percezione, o da motivo a confusione di idee e di giudizî. Da ciò lo stato di distrazione, la quale o avviene per incapacità della mente a fissarsi in modo stabile e per la mobilità di passaggio da una all’altra idea; ovvero per l’assorbimento d’un’idea, la quale non lascia agio alla mente di volgersi altrove e di occuparsi altrimenti. Il fenomeno è molto complesso, poichè risultante da particolari condizioni fisiche e di analogo adattamento psichico: basti, però, dire con Helmholz, che noi non avvertiamo tutte quelle impressioni che non hanno valore per noi come segni utili a differenziare le cose. Intanto, o che, secondo il Müller, le correnti delle impressioni non avvertite da alcuni centri trovino la scarica in altre vie inferiori; o che il potere concentrativo diminuisca gradatamente in proporzione dell’abituale funzionamento cerebrale, permettendo che dallo stato di coscienza si passi in quello d’incoscienza, certa cosa è che la disattenzione forma l’obbietto di serî studî, i quali interessano così la pedagogia come la psichiatria, e cercano ancora la spiegazione di problemi rimasti tuttavia insoluti.
In tema di colpa, lo stato di distrazione è generalmente ritenuto motivo di pena: ma fino a che punto ciò è giusto? Vi sono stati normali di distrazione, i quali dipendono da cattiva abitudine dell’uso mentale, ovvero da leggerezza di carattere, e per essi parmi che non vi sia dubbio sulla necessità di mezzi repressivi. Ma altri stati vi sono, i quali mostrano caratteri morbosi, tuttochè non sempre palesi; e parlare di repressione varrebbe quanto contraddire il cardine fondamentale della imputabilità.
Il Bianchi molto esattamente tratta del diminuito potere di detenzione nella coscienza ed anche del potere regolatore selettivo, che scapita, imperocchè tutto quello che invade la mente, non per volere del soggetto ed anzi spesso contro il voler suo, non incontra ripulsa. «Esso irrompe liberamente nel campo della coscienza, togliendole più o meno di potere percettivo e sopratutto del potere dell’appercezione. Trattasi qui sempre di due fatti, i quali si associano e caratterizzano questo stato patologico: da una parte, incapacità a contenere nella coscienza la costellazione ideativa, che è obbietto della attenzione volontaria; incapacità, dall’altra parte, a contenere fuori della coscienza un’altra quantità d’idee, che con le prime non hanno relazione alcuna, e contro le quali si esercita fiaccamente ed inefficacemente il potere volitivo dell’attenzione»[144].
Lo stesso Bianchi ricorda i singoli stati più o meno patologici dell’attenzione; il fenomeno di ipoprosessi (diminuzione di attenzione) per effetto di stanchezza; la diminuzione del potere della medesima, più del distributivo che del fissativo, prodotta dalle emozioni (Feré, Binet, Pick, Mosso); quel che avvenga nel dominio dell’inconscio, dell’automatismo psichico, negli stati nevrastenici e via discorrendo.
16.—Abbiamo detto, che il secondo fattore della prevedibilità sia quello logico consistente nella possibilità di antivedere le probabili conseguenze dannose di un nostro atto. La impossibilità della previsione dà luogo al caso, e quindi alla nessuna responsabilità del fatto. Che è mai il caso? Nel senso usuale è tutto ciò che non può essere rapportato ad una legge; nel senso logico è la ignoranza di tale legge, ovvero la impossibilità di ricordarla pel cumulo di circostanze accidentali, o di prevederla nel nesso di causalità tra fatti a noi noti e gli eventi a cui avrebbero data l’origine.