5.—Affine alla illusione, ma con disturbo sensoriale più grave, è l’allucinazione. «L’allucinazione—scrive il Bianchi—è una percezione subbiettiva. Mentre nella illusione è l’obbietto mal percepito, perchè il soggetto ha fornito i connotati di cui è piena la sua coscienza, e che non appartenevano a quello, nell’allucinazione manca addirittura lo stimolo esterno, e la riproduzione è originaria, primitiva, dai centri sensoriali, di immagini che forse altra volta sono state formate e registrate nei rispettivi centri. Ovvero risultano da connotati forniti da diverse sensazioni in tempi diversi, ed associate ora in un’immagine concreta per la proprietà creatrice del cervello nelle stesse aree sensoriali, nelle quali sono formate e registrate le immagini per processo fisiologico, onde queste vengono risvegliate, per intrinseca attività degli elementi nervosi, e proiettate di fuori, o, come si suoi dire, obbiettivate»[149].

In pratica sogliamo dire, che, dovendosi giudicare gli stati soggettivi, l’ipotetico equivalga al reale, e noi sopra abbiamo riportato il giudizio autorevole del Carrara per ciò che sia l’effetto di errore: tanto più varrà nella ipotesi di illusioni o di allucinazione.

La psicologia allucinatoria, dopo gli studi classici di Brierre de Boismont, ha esteso il dominio in ampi confini, e si è resa dominante nella interpetrazione di fenomeni un tempo appartenenti alle credenze religiose e che ebbero tanto peso in avvenimenti storici di individui e di nazioni.

La idea, il sentimento, lo abbiamo visto, hanno attività propria, anzi non sono che forme di attività cerebrale. Il materiale psichico, nell’attualità di formazioni, ha rapporto accidentale col mondo esterno: esso conserva le energie immagazzinate, le attitudini latenti atte ad insorgere e addivenire operanti, indipendentemente dalle eccitazioni sensoriali. Il lavorio scientifico speculativo, tutto giorno in progresso, il perfezionamento delle belle arti e gli innumeri atti di automatismo psicologico ci addimostrano, che il mondo dello spirito ha vita a sè, quantunque le ricchezze, di cui dispone, gli sian venute d’altronde e si aumentino o si alterino continuamente mercè l’opera dei sensi. In un opificio meccanico vi si osservano gli istrumenti pel lavoro geniale: essi vennero dal di fuori; ma gli operai, impossessatisene, se ne servono per loro conto senza che alcuno, all’esterno, ne abbia sentore. È così che si comprende l’allucinazione, fenomeno tutto interno, scevro dall’influsso del senso, senza riferenza con oggetti fuori dell’io; fatto psichico isolato o staccato dal nesso di continuità con la vita di relazione.

L’analisi introspettiva ci fa consapevoli, che le immagini percepite si proiettano all’occhio della mente e, con moto incerto, prendono fisonomia conforme al nostro desiderio affettivo, alle condizioni passionali di tristezza, di gioia, di simpatia, di odio: ciò è per ciascuno la fonte di quel vagare della mente, or dolce, or doloroso; ora dubbio, or animato da sicurezza, or vinto da sconforto.

La sensazione fissata, sotto forma di immagine, nella memoria, si ripresenta ed è causa di una visione mentale che, giusta la definizione di Ballet, «è quella facoltà che noi abbiamo di conservare, sotto forma di immagini, il ricordo più o meno indebolito delle nostre sensazioni visuali, e di riprodurre e ravvivare queste immagini sotto la influenza di diverse sollecitazioni, per associazione di idee»[150]. E lo stesso prosegue: «Questa facoltà esiste appo ciascun di noi. Ma essa è molto diversamente sviluppata. Mentre che alcune persone non conservano, degli obbietti, che un ricordo vago ed una immagine a contorni indecisi, altre ravvivano le loro immagini visuali con grande facilità; queste immagini hanno presso essi una chiarezza tale che l’oggetto immaginario ha quasi tutta la precisione dell’oggetto reale»[151].

6.—Incontra spesso di osservare che, oltre alla visione mentale di immagini riprodotte, andiamo soggetti al fenomeno inteso col nome di linguaggio interiore o di parola interiore, cioè di udizione mentale consistente nel risveglio delle sensazioni uditive percepite dal nostro cervello e ritenute sotto forma d’immagini, specialmente rappresentative di segni del linguaggio (Rivarol, Egger, Paulhan, Taine, Binet, Charma, Ballet, ecc.). La persona, la cui immagine ci si presenta, dev’essere già stata a contatto con noi per via di qualche atto che ci abbia lasciato nella memoria il ricordo impressionante di disgusto o di odio; com’è, ad esempio, per antipatia, contrarietà o dispetto. Mentrechè pel momento non ne abbiamo risentito che passeggera impressione, in corso di tempo la rappresentazione dell’atto può intensificarsi e convertirsi in visione allucinatoria accompagnata, financo, da sensazioni uditive del linguaggio dell’avversario. Se, per strana combinazione, dopo cotesto lavorio di autosuggestione, il creduto nemico s’incontra, basterà leggiero incidente perchè l’allucinazione, dianzi poco vivace, si accenda e scoppi con impeto tempestoso di ira.

Altra volta, dopo la impressione, poniamo, di dispetto verso qualcuno a séguito di sufficiente motivo, lo stato di equilibrio di animo si affievolisce, la personalità si disgrega, si sdoppia; e noi avvertiamo che l’io si è messo in contrasto con sè medesimo, raddoppiandosi in una visione immaginaria persistente, in atteggiamento di aperta opposizione. L’io primitivo, sorretto dalla ragione, dalla forza persuasiva della educazione e dei principî di ordine, tenta e si ingegna di lottare contro l’io novello che più e più insorge e si ribella e contorna la persona dell’avversario con note repugnanti, ingigantisce l’atto da lui commesso, lo delinea con tinte oscure; risveglia, dai bassi fondi della vita animale, gli istinti sopiti della vendetta; fa sentire, con allucinazione uditiva, proprio la voce, il linguaggio offensivo dell’uomo che di già si odia; accende il fuoco dell’ira e, avuta la occasione propizia, ci spinge impetuosamente al delitto.

Un esempio di questo sdoppiamento dell’io, con la visione di contrasto tra immaginarie energie simbolizzate nel demone e nella coscienza, lo abbiamo in un soliloquio di Lancilotto, nel Mercante di Venezia di Shakespeare.

Certo è per me dover di coscienza
Tormi al servizio di cotesto Ebreo:
Il diavol mi sta al pelo; egli mi tenta
E dice: gobboo gobbo Lancilotto,
Buon Lancilotto—ovver: buon gobbo—od anco:
Buon Lancilotto gobbo; su, ti spaccia,
Dàlle a gambe
, va via!—La coscienza
Risponde: bada bene, onesto gobbo,
Onesto Lancilotto, bada bene
;
Od anche: Onesto Lancilotto gobbo,
Com’io dicea pur or, non andar via,
L’aiuto non cercar delle calecagne
.
E il dimon, più animoso, di rimbecco
M’ordina di sfrattar: Via! mi ripete:
Vattene! per lo ciel! dice il dimonio:
Ti decidi da forte, a dir ritorna
Messer lo dimonio, e netta il campo.
Allor si apprende del mio core al collo
La coscienza, e con gran senno: o mio
Onesto amico, Lancilotto
, aggiunge,
Tu che figliuolo sei d’un uom dabbene:
O meglio: d’una femmina dabbene
(Poichè a mio padre talor pizzicava
Non so ch’altro sapor, non so che gusto):
La coscienza, dunque: Statti fermo
Dice; e il dimonio: Va;No statti, l’altra
Replica—[152].