7.—Chi mi domandasse come debba estimarsi l’ultimo atto esecutivo dell’interno proposito criminoso di individuo in preda al sopradescritto stato di agitazione allucinatoria, risponderei: la legge intende minorare la responsabilità in proporzione della degradata coscienza e libertà di arbitrio; intende calcolare, tra’ criterî di imputabilità, di temibilità del reo, di ingiustizia dell’atto, lo stato di turbamento di animo del prevenuto: se tutto questo trova applicazione nella specie dianzi esaminata, perchè non dev’essere accordato il beneficio della provocazione? Il giudice ricordi sempre l’infrascritto mònito del Romagnosi: «A parlar precisamente, l’uomo non è mosso più o meno ad agire a misura della realtà dell’utile, cioè di quello, che le sue cagioni reali prese in sè stesse e combinate colla natura e costituzione dell’uomo possono costantemente e veramente apportare di bene o di male; nè meno a proporzione che certi combinati rapporti fisico-morali possono specialmente apportare di utile agli altri suoi simili; nemmeno a proporzione che l’uomo stesso deliberante e delinquente lo conosce più o meno chiaramente, o semplicemente se lo può ripromettere con maggiore o minore certezza; ma bensì a proporzione, che la di lui idea solletica ed attrae con più o meno di forza la di lui sensibilità»[153].

8.—Un’altra forma, più difficile a considerarsi, di anomalia di interno processo provocativo (mi si passi la frase) è quella che, di origine, o non, patologica, si elabora nel dominio dell’inconscio, al disotto della soglia della coscienza, tra attività ereditarie istintive. Di ciò abbiamo, sotto altri riguardi, parlato ripetutamele innanzi: crediamo, nonpertanto, ripeterne qui l’esame, con novelle applicazioni.

Verificatosi il motivo, che abbia impressionata la nostra sensibilità, ne rimaniamo turbati: tosto ritorna la calma e, per seguite distrazioni, obliamo fin il ricordo di quanto sia avvenuto. Che anzi, qualche volta, ritornando, con la riflessione, sul risentimento provato, ce ne meravigliamo, sicuri di noi stessi, del potere inibitore onde disponiamo, della forza di resistenza a qualsivoglia, non dico reazione delittuosa, ma intemperanza di condotta. Frattanto, in corso di tempo, il motivo provocatore, nascostosi nel buio dell’inconscio, prende vigore a contatto di energie rimaste in perenne stato di potenzialità: non avendo forza sufficiente di venire a galla sulla superficie del piano visivo, rimane involuto in una specie di vita embrionale. Ma—quando meno vi pensiamo—qualche circostanza accidentale ferma, di sorpresa, l’attenzione sul l’insorgere d’una preoccupazione che, apparendo tra reminiscenze del passato, fa sì che si squarci il velo del mistero e ci si mostri la idea ridestata della offesa obliata. L’animo è preso da fremito; e noi rimaniamo vinti, scorati sotto l’incubo opprimente di sentimenti e di triste incertezza. Contro questo stato doloroso, affannoso si spuntano le armi della ragione; par che all’apparire del mostro, rimasto infino a quel momento nascosto nella tenebra, ogni buona intenzione sia messa in fuga. Occorrendo favorevoli circostanze di ritornare a contatto con l’offensore, noi, mercè sforzi estremi, ci adoperiamo, col trattarlo ed esagerare la di lui vicinanza, di sfidare quasi noi medesimi a mostrarci superiori, vittoriosi di fronte all’eccitamento emozionale del ricordo doloroso. Però, senza avvedercene, così operando, aggiungiamo esca al fuoco: ad un dato istante, allorchè, per accidentalità, la vigile nostra resistenza riflessiva si indebolisca, la marea monta rapidamente, eccitata da impreveduto pretesto; la tempesta rugge dal fondo e la nostra volontà è travolta da impeto infrenabile di collera. Se, in conseguenza di ciò, si verifica un delitto, non è improbabile che il giudice, riandando sui precedenti del fatto e notando, dall’apparenza degli avvenimenti, un presunto stato di calma del prevenuto, la insufficienza di motivo ultimo dell’azione, concluda per l’aggravante della premeditazione! E tuttodì simili ingiustizie si deplorano, coonestate da niente altro che dalla ignoranza di fenomeni per quanto strani, altrettanto conformi all’umana natura.

9.—Trattando della specie e del grado di sensibilità, misura di attenuazione d’imputabilità in dipendenza di atti provocativi, non dobbiamo trasandare d’intrattenerci a parlare dello stato di emotività di chi sia affetto da isterismo o da nevrastenia, due forme cliniche morbose altrettanto comuni ai nostri dì, quanto trascurate nelle aule giudiziarie.

Consiste l’isteria in uno stato costituzionale abnorme del cervello, che si appalesa in tutte le funzioni, le motorie, le sensitive, le psichiche (Borri). In chi ne sia affetto, i disturbi della sensibilità e della emotività sono polimorfi: evvi irruenza o apatia nella vita di relazione; percezione reattiva sproporzionata agli stimoli; esaltamento della fantasia; suggestibilità irresistibile; predominio dell’automatismo; vivace rappresentazione e mutabilità di carattere sui minimi toni della sentimentalità; strani orientamenti della coscienza; saltuaria associazione tra le idee più dissimili; fissità di idee fino alla ossessione; insorgenza di prepotenti atti istintivi per effetto del più lieve motivo autosuggestionante (Laségue, Esquirol, Janet, Pitres, Dally, Bianchi ed altri). La gioia ed il dolore, la calma e la tempesta, la simpatia e l’antipatia, l’ira e la quiete sono nella isterica gli eccessi opposti in cui si polarizza la vita dello spirito; epperò sono i tanti segni che debbono metterci in guardia al momento di dover giudicare su azioni commesse in conseguenza di stati cotanto anomali. Bene spesso siamo ingannati dalle apparenze, ondechè qualifichiamo per generosi atti ispirati al più profondo egoismo, ed in cui non evvi di vero che la teatralità, la quale, per la isterica, giunge fino all’architettura dei più fantasiosi progetti. La menzogna, l’inganno sono l’armi onde questa si avvale per lo sfogo di odi mal repressi, di preordinati propositi di vendetta: il sentimento non si limita a muover ed ispirare le comuni disposizioni dell’animo, i varî umori, ma invece si esalta e degenera in un vero moto passionale, iperestesia psichica (Krafft-Ebing).

La sovraeccitabilità morbosa delle isteriche ci autorizza a ritenere in esse estrema suscettibilità ad esaltarsi per qualsiasi motivo di provocazione, massime, poi, allorchè questo appartenga alla sfera dell’affettività erotica, e quindi concorra a suscitare la gelosia, il dispetto, l’ansia del contrasto, la disperazione d’un abbandono. L’azione suggestiva, resa incoercibile pel fascino della immaginazione, molto facilmente, in casi trascurabili, da corpo alle ombre, finisce di scompigliare il labile equilibrio psichico, e l’ira è l’effetto di delirio persecutorio, con scatti od irruzione di estrema violenza.

In processi penali i più complicati, in sensazionali dibattimenti il giudice, e massimamente il giurato, non sa rendersi ragione di delitti atroci per fugaci motivi, che non meritano neanche l’onore di esser presi in considerazione: l’accusata o non sa difendersi, chiusa nel cupo dolore della sventura in cui sia precipitata, o esagera talmente in addurre le sue ragioni da non esser creduta e, quasi sempre, da ingenerare biechi sospetti di malizia, simulazione o dissimulazioni inesistenti.

Quando il difensore, in vista di analoghi casi, si sforzerà di chiedere la scusa della provocazione, sia pure per motivi futili, ma che, per lo stato abnorme psichico della isterica, furon causa di sì gravi effetti disorganizzatori della coscienza e di profondi turbamenti nel dominio dell’affettività, l’accusatore, se non è all’altezza scientifica del suo ministero, comincerà a sillogizzare sulla sproporzionalità della causa con l’effetto, per indurne il convincimento che, riuscendo financo strano, nella specie, che un omicidio fosse commesso per sì lieve motivo, altrettanto più strano sarebbe lo ammettere che all’accusata competa il beneficio della provocazione!

Fino a che, si ricordi, dalle aule della giustizia non siano banditi gli astratti aforismi sillogistici, e non sarà sostituita, in quella vece, la temperanza che viene dalla relatività delle nostre convinzioni, l’errore troverà la via di penetrare nella mente del giudice e di sconvolgere i più santi principî della equità e del vero!