Tra’ criterî misuratori della scusa della provocazione il Carrara voleva quello desunto dall’intervallo più o meno lungo interceduto fra la offesa e la reazione; appunto perchè, secondo il detto scrittore ed altri della scuola classica, gli affetti non valgono a costituire scusa, se non in quanto abbiano, tra gli altri, il carattere di un’azione rapida e dentro certi limiti breve, veemente, che vinca la ordinaria calma della ragione.

Noi conveniamo, in genere, ad ammettere gli enunciati criterî, ma guai, nella pratica, ad accordar loro autorità assoluta! L’elasso del tempo può dar luogo alla calma, dopo che l’animo sia stato turbato da motivo qualunque di offesa; ma, nè è raro che avvenga, può essere ancora cagione per cui il risentimento si intensifichi e scoppî in impeto susseguente di ira; la qual cosa s’incontra di solito nelle isteriche ed in chiunque non goda la piena integrità delle facoltà sensitive ed emotive.

10.—Dopo di aver accennato allo stato di sensibilità ed emotività delle isteriche, rispetto alle conseguenze di scusa della provocazione, diremo dei nevrastenici.

La nevrastenia, questo stato nevropatico, che ai nostri giorni ripercuote i suoi effetti in sì larga misura su tutte le classi sociali e che è l’esponente così dell’esaurimento dello spirito in lotta con sè stesso, come dello sperpero inadeguato di energia per le necessità dell’esistenza, è da poco tempo che dallo studio del psichiatra è passato allo studio del psicologo-giurista, e ciò pel fine di illuminare il giudice in continui dubbî e difficoltà ingenerati in lui allorchè si trova a dover sentenziare sul grado di imputabilità di infelici talora reputati ingiustamente i più proclivi artefici di delitti, sol perchè meno adatti ad avvalersi dei mezzi di freno suggeriti dalla società civile. Avendo per fondo degenerativo una debolezza irritabile del sistema nervoso (Krafft-Ebing), la nevrastenia va distinta dai seguenti caratteri psichici: atonia generale, con alterazione funzionale del senso cenestetico; passività della coscienza a qual si sia stimolazione esterna o interna; abbassamento dei poteri discriminatori con relativa ripercussione nei processi associativi; affettività tumultuosa, violenta; intermittenza di coscienza in periodi transitori; avventatezza nelle azioni; imprevidenza dell’avvenire; veemente insorgenza di idee fisse, che assediano l’animo, e ne turbano il ritmo dell’equilibrio; proclività alle passioni impetuose, massime all’ira, alla vendetta; sovraeccitazione, commozione che possono giungere al grado di scompigli deliranti. Specialmente la forma eretistica comprende, al dir del Bianchi, individui spesso abbastanza evoluti nella sfera dei sentimenti e dell’intelligenza, ma che sotto i più leggieri stimoli si sovraeccitano, si commuovono, esagerano nei giudizî e nelle azioni sulle quali non possono esercitare il debito controllo, con sperpero mutile di energia; sono violenti, impulsivi, si allarmano per nulla e precipitano le cose[154].

11.—Fu lodevole pensiero del nostro legislatore di aggiungere alla vecchia nozione della provocazione, ristretta al turbamento dell’ira, benanco la ipotesi di minorata responsabilità in conseguenza d’impeto d’intenso dolore.

Discorremmo della cenestesi del criminale e dei concomitanti somatici del dolore: per completarne la conoscenza dobbiamo penetrare più addentro nell’anima del delinquente e veder come, esso dolore, si germini e si confonda con l’attività dell’energia criminosa, e si addensi e preoccupi di sè le più ascose ed intime parti del cuore.

Lo vedete quell’uomo che, ricco per fortunata posizione sociale, rispettato ovunque, traeva, non è guari, vita tranquilla e felice, abbellita dalla pace domestica, lusingata da fulgide speranze nell’avvenire? Egli ora è cogitabondo, è stanco, abbattuto; poco ama il conversare, punto si diletta delle comodità onde dispone: talora inclinato a mestizia, il più delle volte concentrato in cupi pensieri, preoccupato da un mistero che ei si adopera di tener chiuso in sè, geloso che se ne indovini l’esistenza. Se egli opera, se ei conversa, l’acuto osservatore indovina in lui il turbamento, l’indecisione, il timido balenare del pensiero: la fede nell’avvenire è scossa; la mente, ad intervalli, si abbuia, e l’uomo, che poco prima parea oggetto d’invidia, è reso segno di curiosa attenzione del pubblico, di diffidenti riguardi da parte degli intimi. Nell’animo di lui è penetrato dapprima il sospetto, poscia il convincimento di tradimento della fede coniugale, in addietro fonte di beatitudine tranquilla, di fervido lavoro, di sacrificî pazienti. In lui ha preso imperio il dolore, il quale, per essere più intimo, è altrettanto più mesto, più sconsolante: non trovando sfogo nelle affettuose confidenze, si concentra ed assedia l’animo e ne estingue qualunque risorsa di sollievo.

Incerto sui rimedî a tanto male, l’infelice non sa che straziare sè medesimo; ansioso che da sè si allontani l’amaro calice costretto a sorbire goccia a goccia, non sente più amore alla vita trasmutatasi in teatro di amarezze: premuroso di conservare il bene sommo dell’esistenza, l’onore, sente ribollire nel cuore la passione dell’odio, dell’ira contro chi fu causa volontaria della grave offesa: sull’orlo del baratro scavatosi sotto i suoi piedi, egli non teme d’altro che di non soddisfare al dovere impostogli di vendicare l’oltraggio sopportato, di ristabilire, quand’anche col delitto, il suo equilibrio morale sconvolto dall’onta del talamo violato. L’idea fissa—scrive Bourget—produce sul nostro cuore il medesimo effetto che un punto brillante ed immobile sui nostri occhi; ella ipnotizza l’essere dominato e circoscrive la sua sensibilità ad un cerchio affatto piccolo di sensazioni.

Così, lo sventurato coniuge tradito, vittima di intenso dolore, o agitato da tutte le furie; dalla gelosia, che lo richiama alla perduta dolcezza dei godimenti dell’amore e gli incute repugnanza per chi sprezzava la sua felicità nel darsi alle voglie altrui; dal pensiero del disonore cagionato alla persona, al cognome, ai figli, ai parenti; dal convincimento di un male irrimediabile, non colmandosi il vuoto scavato dal disonore se non col ricorrere al mezzo estremo della vendetta!