che sin' il can, che ho meco,
Dimeni la sua coda all'uso greco.
Il nostro abate non impiegava però tutte le ore di libertà che gli lasciava l'importante sua carica ad architettare tali lepidi componimenti, giacchè egli, ritornato a Napoli, compose eziandio varie opere affatto serie e di molta dottrina. Basterà che io rammenti l'importante memoria: “ Dei doveri de' Principi neutrali verso i Principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali „, in cui, con grande efficacia, sostenne una tesi, che, dopo circa mezzo secolo, doveva venire accolta, in seguito a lunga discussione, dalla Camera legislativa francese; basterà che rammenti la monografia sul “ Dialetto napoletano „, che suscitò assai vivaci polemiche, e quella “ Vita di Orazio cavata dalle sue poesie „ e quel volume “ Degl'istinti e delle abitudini dell'uomo, o sia Principii del diritto di Natura e delle genti, tratti da Orazio „, che sono rimasti sempre inediti, perchè rinchiusi, insieme a varii altri manoscritti galianeschi ed a parecchi carteggi coi più illustri uomini d'Italia e di Francia, nei dieci cassoni, lasciati dall'abate napoletano al suo amico e parente don Francesco Azzariti e da costui alla famiglia Niccolini e poi alla famiglia Santamaria, senza che a nessuno mai venisse concesso di gettarvi uno sguardo, a gran dispetto del povero Ademollo, uno dei più pazienti e scrupolosi studiosi dell'opera galianesca, che non riusciva a darsene pace.
Io, per conto mio, vi confesso, che me ne consolo, leggendo e rileggendo quell'epistolario del Galiani, da cui la figura dell'arguto abate balza fuori così completa e seducente.
A me pare di vederlo il minuscolo abate nel momento che si prepara a scrivere una di quelle sue brillanti lettere alla signora d'Épinay che, appena giunta a Parigi, verrà da lei letta ai suoi fidi, per passare dopo da salotto a salotto e per finire qualche volta in mano di un principe straniero od anche di un nunzio del papa.
Il vasto appartamento, presso la chiesa di Sant'Anna di Palazzo, dove Ferdinando Galiani abitava, è immerso nel notturno silenzio, giacchè da più ore le tre nipoti, rinchiuse nelle loro camere e coricate nei loro letti, sognano dei fidanzati che il buon zio ha saputo procurar loro, e dormono o sonosi ritirati nelle loro case il maggiordomo e gli altri otto domestici; l'abate, che è ritornato or ora dal teatro, dove ha assistito ad un'opera nuova dell'adorato Piccinni, entra nella sua stanza da studio, accarezza la bambagiosa gatta d'Angora, sua diletta compagna da che un amico gliel'ha mandata da Marsiglia e la cui morte improvvisa di lì a qualche giorno lo costernerà così profondamente, posa sur un polveroso fascio di processi, che domattina dovrà compulsare prima di recarsi al Tribunale di Commercio, la parrucca, che tanto pesa all'irrequieta sua testina, ed incomincia a scrivere sul largo foglio bianco.
La penna dapprima corre sulla carta rapida e nervosa, poi si arresta, perchè l'abate deve consultare una lettera della d'Épinay o gettare uno sguardo fugace alla pallida miniatura, che, nella sua cornice dorata, gli ricorda la graziosa ed elegante sembianza dell'amica lontana. La penna ricomincia a correre, ma d'un tratto una sonora risata risveglia gli echi della stanza e fa balzare in piedi la gatta i cui rotondi occhi fosforescenti rilucono attoniti nella penombra: è l'abate che, con la penna d'oca poggiata sull'orecchio, ride di cuore di una sua facezia scritta or ora e che poi la rilegge compiaciuto ad alta voce, accompagnandola con le più grottesche boccaccie e con la più vivace mimica di tutta la persona, quasi che intorno a lui si affollassero gli amici dei quali, di lì a venti o trenta giorni, la sua lettera susciterà certo la più schietta ilarità. Il fatto è che, mentre scrive, al buon abate sembra proprio di trovarsi tuttora a Parigi nel salotto della signora d'Épinay od in quello del barone d'Holbach e di discorrervi coi suoi amici; ed è proprio ciò che dà alle sue lettere un incomparabile fascino, il fascino della conversazione, il fascino della parola parlata.
Nelle sue lettere, il Galiani tratta saltuariamente i più svariati soggetti, dai più umili e familiari ai più dotti ed elevati. Ora parla di intricate questioni economiche ed un po' dopo si lagna che il suo editore si faccia troppo pregare per dargli quel che gli deve o che glielo dia a piccole somme staccate, ciò che prova che gli editori sono sempre gli stessi in tutti i tempi ed in tutti i paesi; ora fa profezie sull'avvenire politico dell'Europa per chiedere, un momento dopo, che gli si mandino alcune boccette d'inchiostro perchè quello che vendesi a Napoli è pessimo; ora fa acute osservazioni critiche sul teatro per poi lagnarsi che certa tela per camicie speditagli da Parigi non sia di buona qualità.
Di tanto in tanto poi, egli comunica alla sua amica il titolo e l'argomento di un libro, che ha ideato forse nell'istante stesso che verga la lettera. Un giorno è un trattato d'educazione, in cui intende provare che questa è la medesima sia per gli uomini sia per le bestie e che essa si riduce tutta ai due seguenti punti: Apprendere a sopportare l'ingiustizia, apprendere a soffrire la noia. Un altro giorno, immagina un romanzo epistolare fondato sull'amicizia d'infanzia del celebre arlecchino Carlin con Papa Ganganelli, un romanzo che verrà scritto, più di mezzo secolo dopo, dal letterato francese Henry de Latouche. Un altro giorno concepisce un “Sistema sull'origine delle montagne„ in cui trovasi in germe la moderna teoria dell'evoluzione. Un altro giorno infine progetta un libriccino umoristico di cui il curioso titolo dovrebbe essere: “Instructions morales et politiques d'une chatte à ses petits, traduit du chat en français, par M. d'Egratigny, interprète de la langue chatte à la Bibliothèque du Roi„ e di cui ecco il gustosissimo canevaccio: “La gatta inculca dapprima ai suoi piccini il timore del Dio-uomo. In seguito spiega loro la teologia ed i due principii, il Dio-uomo buono ed il Demonio-cane cattivo; poi detta loro la morale, la guerra cioè ai topi, ai passerotti, ecc.; infine parla loro della vita futura e della Rattopoli celeste, che è una città dalle mura di parmigiano, dai pavimenti di polmone, dalle colonne di anguille, ecc., e che è piena di topi destinati a loro divertimento. Essa ispira loro il rispetto pei gatti castrati, che sono chiamati a tale stato dal Dio-uomo, per essere felici in questo e nell'altro mondo, come lo attesta la loro pinguedine, ed è perciò che essi sono dispensati dal pigliare i topi. Finalmente raccomanda loro la più perfetta rassegnazione, nel caso che il Dio-uomo li chiami a questo stato di perfezione, ecc., ecc.„
Nessuno di questi volumi fu scritto dal Galiani ed essi andarono a raggiungere nel limbo letterario l'infinita legione dei libri progettati e non eseguiti, incominciati e non terminati, la cui istoria oltremodo curiosa ed interessante rimane ancora da farsi in un volume, che porti per epigrafe le rivelatrici parole dei Goncourt: “On ne fait pas les livres qu'on veut.„ Che importa? Sono proprio questi i libri ai quali gli scrittori serbano la maggiore tenerezza ed ai quali ripensano sempre con simpatia, simili un po' a quelle vezzose eroine degli amoretti giovanili appena abbozzati e dovuti lasciare a metà, le cui vaghe fattezze vengono evocate con soave mestizia nelle ore angosciose di scoraggiamento sentimentale, in cui l'anima è annebbiata di tristezza ed il cuore sanguina sotto gli artigli della delusione.