Gli autori amano queste loro opere embrionali perchè esse non hanno dato loro nessun dispiacere e perchè appaiono loro sempre illuminate dalla fiamma purissima e lieta della prima concezione. Ahimè! dopo quella prima ora di sublime gioia cerebrale, incominciano le terribili battaglie di tavolino per fermare sulla carta quella fulgida visione del libro futuro, che nell'attuazione si sforma, si contorce, svaporasi.

Oh! gli spasmodici gridi di sofferenza che trovansi nelle lettere di Flaubert alla Sand, in chi di noi, per quanto modestissimo maneggiatore di penna, non ha trovato un'eco di dolore? Chi di noi potrà mai dimenticare la triste e rassegnata esclamazione di lui: “Ah! je les aurai connues les affres du style?„

Sì, una grande gioia è anche quella di poter mettere la sospirata parola “Fine„ ad un volume, ma in tale gioia v'è anche un po' del grossolano sollievo per una fatica terminata; ma, dopo quel momento supremo, l'opera quasi più non ci appartiene e ad essa non è già più l'anima dell'artista o del pensatore che s'interessa, ma è la vanità dell'uomo, che sogna un entusiastico coro di lodi.

Ecco perchè io stimo che la gioia più pura, più alta, più serena è quella che ci procura la ideazione di un nuovo libro, il quale, nel fremito giocondo di quel primo istante, ci appare bello e completo come giammai sarà, come giammai potrà essere; ed è naturale per conseguenza che il libro, che è rimasto sempre in tale primo stadio senza mai concretarsi, sia pure il figlio prediletto della nostra anima.

Un biografo diligente e scrupoloso osservatore della verità storica vi direbbe che ritornato dalla Francia, il Galiani, eccetto un breve viaggio fino a Venezia, visse sempre in Napoli; ebbene io invece sostengo che egli continuò a vivere per molti anni ancora a Parigi, finchè la morte della sua diletta amica Luisa d'Épinay non venne a troncare il suo bel sogno cerebrale. Oh sì, o signori, ciò che sopra tutto vale è la vita dello spirito ed ognuno di noi può eleggersi una patria ideale, e, mentre qui appare sotto il consuetudinario aspetto di professore, d'impiegato, di medico, può con lo spirito viaggiare pel mondo, può con lo spirito vivere in Francia, in America o nell'Estremo Oriente.

Ma io voglio pur fare qualche concessione alla gente positiva, che di queste nostre metafisiche da esteti compassionevolmente sorride, e mi accontenterò di affermare soltanto che nell'abate napoletano vi erano due uomini, come del resto egli stesso scriveva: “Ma ecco come sono, due uomini diversi impastati insieme, e che pure non riescono ad occupare intero il posto di un solo.„ Ebbene sì, vi era un Galiani severo e dotto magistrato, zio tanto premuroso che riuscì a maritare perfino una nipote brutta e gobba, collezionista appassionato di monete e di medaglie, scrittore di opuscoli eruditi o satirici, che viveva a Napoli, e che dal Tribunale di Commercio passava a Corte e dai salotti dei diplomatici esteri passava al teatro, dove eseguivansi le opere giocose dei musicisti napoletani o dove recitava qualche compagnia francese; ma v'era poi un altro Galiani, e quello continuava a vivere a Parigi ed a farvi la corte alle sue eleganti amiche, a lanciarvi epigrammi ed improperii contro gli Economisti, a discutervi calorosamente sui più varii soggetti cogli Enciclopedisti, a far ridere ed a far meditare coi suoi apologhi, coi suoi frizzi, con le sue capricciose fantasie, con le sue originali riflessioni, con le sue ardite massime, tutto un fedele pubblico di ammiratori: e non è forse questo il Galiani affascinante e geniale, non è forse questo il Galiani davvero degno di interessare noi altri posteri?

Venne però un triste giorno del giugno 1783, ed in esso gli giunse la crudele notizia della morte della sua amica: in quel giorno il suo cuore si spezzò. Alla signora du Bocage, che si era offerta a continuare il carteggio, durato per quattordici anni con la d'Épinay egli scrisse: “La signora d'Épinay non è più! io ho dunque cessato di esistere! Voi m'avevate proposto, nell'ultima vostra, di continuare con voi la corrispondenza che io ebbi l'onore d'intrattenere così a lungo con lei; io intendo tutto il valore del sacrificio che voi vi degnate imporvi; ma come potrei io corrispondervi? Il mio cuore non è più tra i vivi, esso è tutto in una tomba. Perdonatemi, signora, se vi scrivo con tanta franchezza, se vi mostro tanta ingratitudine.... In questa età, in cui l'amicizia diviene più necessaria, ho perduto tutti i miei amici! io ho perduto tutto! non si sopravvive ai proprii amici!„

E può ben dirsi che in quel melanconico giorno il Galiani parigino morisse. In quanto al Galiani napoletano, egli gli sopravvisse ancora quattro anni e qualche mese; coprì nuove e sempre più importanti cariche, in modo da raggiungere in emolumenti la rispettabile somma annua di 27 000 lire; ottenne altri onori; entrò sempre più nelle grazie dei Sovrani; si occupò sopra tutto della riedificazione dell'antico porto di Baja e della bonifica del lago Fusaro; e cessò di vivere, coi conforti religiosi, il 30 ottobre 1787 all'età di 58 anni.

Alcuni giorni prima che egli morisse, la regina Maria Carolina scrissegli una lunga lettera per esortarlo, in vista di una prossima ed inevitabile fine, a fare ammenda dei suoi errori e ad implorare dalla misericordia divina il perdono dei suoi molti peccati. A tale esortazione, per lo meno strana sotto la penna di quel modello d'ogni virtù che fu Maria Carolina, il Galiani rispose con una lettera piena di rispettosa gratitudine, ma piena eziandio di nobile dignità, di cui ecco la chiusa caratteristica: “Non vorrei stancare la pazienza di Vostra Maestà sopra tutto con un movimento che potrebbesi tacciare d'orgoglio, ma mi è impossibile non dire che se ho da rimproverarmi numerosi peccati come uomo e come cristiano, non me ne posso rimproverare uno solo nè come magistrato, nè come suddito....„

Chi ha scritto queste parole e quelle più su riferite in occasione della morte della signora d'Épinay non può certo venir giudicato un cinico egoista, siccome lo hanno proclamato molti, che hanno preso troppo alla lettera alcune frasi del suo epistolario. Disgustato dall'umanitarismo enfatico e dal falso e lezioso sentimentalismo, pei quali, sotto l'ispirazione di quel Gian Giacomo Rousseau, che imprecava contro le madri che non allattano esse stesse i loro bambini, ma che poi mandava i suoi figliuoli alla ruota dei trovatelli, sdilinguivasi quella corrottissima aristocrazia francese, la quale, secondo una frase divenuta celebre, danzava sur un vulcano, l'abate Galiani, che teneva molto, ed aveva ragione, all'originalità del proprio cervello, amava invece di posare, anche un po' forse per spirito di contraddizione, a scettico e gridava che egli non credeva nulla, in nulla, su nulla, di nulla, e si scalmanava a persuadere tutti che egli in politica non ammetteva che il Machiavellismo puro, senza miscele, crudo, acerbo, in tutta la sua forza ed in tutta la sua asprezza.