Di quali altri Fasci, in tutti i processi, si riscontra la traccia nei tumulti? degli altri di Pietraperzia, di Lercara, di Santa Caterina Villarmosa, tutti senza capi, sciolti o in via di dissoluzione.

Allo scopo evidente di meglio colpire le vittime designate, in Parlamento e nel processo si ingigantì la forza dei Fasci pel loro numero e pel numero di socî, che li componevano. Ma è da discutere forse sul serio la possibilità di un moto ordinato da 160 sodalizî,—che hanno un organo centrale e dispongono di oltre trecentomila socî—e che si rivela in modo così tumultuario, veramente anarchico e con manifestazioni tali che escludono l’intesa e la premeditazione, la direzione, che avrebbe potuto e dovuto dare un organismo poderoso, vittoriosamente, allorquando tutte le forze di resistenza mancavano, quando le città erano sguernite di truppa e la poca che c’era figurava come le comparse teatrali, ora quà ora là, e stanche, abbattute, demoralizzate? Se l’intesa, la premeditazione, la direzione dei Fasci ci fossero state, come spiegare la constatata azione moderatrice dei Fasci meglio organizzati e dei capi più stimati e più intelligenti? Ma che non ci sia stata si rileva alla evidenza dalle stesse relazioni della polizia, che rappresentano tutti o almeno i principali documenti dell’accusa. È il questore Lucchese, il deus ex machina dei processi, che narra la discussione,—durata otto ore!—tra i membri del Comitato Centrale, sei dei quali insistevano perchè si facesse un manifesto per raccomandare la calma, ed uno solo, il De Felice, propendeva per l’azione rivoluzionaria. E il Procuratore del Re nella citata domanda di autorizzazione a procedere per aggravare la responsabilità del De Felice, si vale della narrazione del questore Lucchese. Dalla quale dunque, emerge all’evidenza, che sino al momento dell’arresto dei membri del Comitato e dello inizio della reazione si deve escludere nei tumulti di Sicilia la responsabilità collettiva dei Fasci dei lavoratori, per un moto voluto e coordinato.

ASSOLUTA MANCANZA D’INTESA

Da tutti i processi e da tutti i documenti risulta, infine, che nei movimenti mancarono le armi, mancò il denaro, mancò l’accordo, mancò l’impronta di un capo, di una qualsiasi direzione...

Tutte queste osservazioni vengono meglio illuminate e corroborate dallo studio delle cause dirette e immediate, e del sorgere dei Fasci, e delle tumultuose dimostrazioni dei contadini; lo studio è stato fatto nei suoi particolari dagli avversarî dei Fasci, da coloro anche ch’erano preposti ufficialmente a reprimerne le manifestazioni più o meno legali.

LA FAME LEGALE

È l’on. Marchese Di San Giuliano che scrive: «Coloro, che sostengono non essere il disagio economico la causa precipua dei disordini in Sicilia, osservano che finora i più gravi sono accaduti nelle provincie di Trapani e di Palermo, che non sono tra le più povere e le più colpite dalla crisi; ammetto che per questo o quel comune, possano aver prevalso altre cause locali, ma per la provincia di Palermo è bene notare che essa ha dato nel 1892 un contigente di 5929 persone all’emigrazione permanente e di 1585 all’emigrazione temporanea, mentre che non l’aveva dato che di 870 all’una e di 138 all’altra nel 1885, il che autorizza a conchiudere che anche in quella provincia sia avvenuto un notevole peggioramento economico. In Provincia di Trapani l’emigrazione permanente, nel 1892, fu di sole 337 persone, ma di queste 105 appartengono al Comune di Gibellina, dove i disordini sono stati tra i più gravi: ed è stato ucciso il pretore.»[48] A questo mi permetto aggiungere che anche Caltavuturo dette un grande contigente all’emigrazione, che la condizione economica della provincia di Palermo e di Trapani poteva considerarsi buona prima della crisi vinicola ed agrumaria; e che la emigrazione—come diceva R. Cobden, a proposito di quella Irlandese: «quando deriva dalla necessità di fuggire la fame legale—cioè quella che deriva dalle leggi e dalla organizzazione sociale e non dalla naturale sterilità del suolo—non è emigrazione, ma deportazione.»

E in modo ancora più conclusivo in favore dello assunto propostomi, lo stesso Di San Giuliano aggiunge: «i Fasci non sono causa, ma effetto della grave situazione della Sicilia!»

NON CE N’È FORSE ABBASTANZA?...

Sarebbe errore, però, il ritenere che solo il dissesto economico abbia prodotto la esplosione del 1893 e del principio del 1894; moltissimo, forse di più come spinta diretta e immediata, vi contribuirono la esasperazione per la iniquità delle amministrazioni comunali e le gare vivacissime tra i partiti locali. Esaminando l’insieme di queste cause il Cavalieri esclama: «Non ce n’è forse abbastanza per spiegarsi il movimento dei Fasci