Anzitutto, in Sicilia e sopratutto in quei luoghi che costituiscono, secondo l’on. Crispi di oggi, la corona di spine della città di Palermo, vi sono tradizioni rivoluzionarie nel popolo, che gli danno una energia ed una fiducia nelle proprie forze, che mancano altrove. Queste tradizioni hanno creato uno speciale punto di onore—anormale quanto può esser quello che induce due gentiluomini a battersi in duello per una inezia—e tale da indurre i contadini di un luogo a ritenersi menomati nella stima pubblica quando non avessero ripetuto ciò che gli altri avevano fatto. Li ho sentiti io rispondere ai consigli di calma: che cosa si dirà di noi se non facciamo nulla quando gli altri si muovono? Qui c’è anche uno speciale spirito di solidarietà di cui bisogna tener conto. Lo straordinario accentramento della popolazione e la coesistenza negli stessi abitati degli elementi rurali e degli elementi urbani, inoltre, fa sì che i malumori più rapidamente si diffondano e che l’azione di contatto, che tali diversi elementi esercitano gli uni sugli altri, agisca come lo strofinio su quei corpi dai quali si sprigiona la scintilla elettrica. Nè m’indugio ad applicare gl’insegnamenti della psicologia popolare per ricordare quanto più poderosa sia l’azione di certi fattori sulle folle numerose anzichè sui gruppi sparsi e poco considerevoli; nè quanto sia facile l’intesa tra gente che soffre degli stessi mali, che si sente forte e che difficilmente può essere rattenuta e sorvegliata dalle autorità governative.

LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE

L’influenza esercitata in ogni tempo sui moti di Sicilia dalla speciale distribuzione della popolazione (caratterizzata dalla mancanza dei piccoli e numerosi centri rurali, mentre i suoi abitanti in grandissima maggioranza sono dediti all’agricoltura) mi pare che per lo passato non sia stata abbastanza avvertita.

I tumulti scoppiano nei grossi centri rurali anzichè nelle città; nelle file dei contadini piuttosto che in quelle degli operai e dei zolfatari, che sebbene analfabeti hanno intelligenza più svegliata—lo constata la Jessie White Mario—pei contatti frequenti colle classi colte; tra gli elementi più incolti di preferenza che non tra coloro che posseggono una istruzione qualsiasi, fosse anche appena rudimentale e limitata al più elementare alfabetismo. L’ignoranza delle leggi, dei pericoli, delle conseguenze di certi atti, l’ignoranza completa in tutto e per tutto fu il vero, il grande fattore dei casi di Sicilia; di tale e tanta ignoranza se ne ha la prova lampante nella ingenua e unanime confessione dei feriti e degli arrestati, che affermavano sentirsi al sicuro contro l’azione delle truppe solo perchè le loro dimostrazioni avvenivano al grido: Viva il Re! e procedevano sotto l’egida dei ritratti del Re e della Regina, ai quali non poche volte veniva riunito un Crocefisso.

Ma chi è veramente responsabile di tanta ignoranza, la quale non può non destare una profonda commiserazione? Il governo italiano e le classi dirigenti, che in trentatre anni di così detto regime di libertà nulla fecero per eliminarla, per attenuarla; proprio nulla! E dire che gli elementi che nei primi tempi malamente rappresentarono il governo in Sicilia, dopo averne sprezzantemente constatata la barbarie, fecero intendere di volere assumere la missione d’incivilirla!

Se dall’analisi fatta risulta che nei tumulti mancò l’azione collettiva dei Fasci e si ridusse a poca cosa quella dei singoli Fasci—i meno ordinati, i rurali e i più recenti—ci vuol poco a dimostrare che non è maggiore la responsabilità dei cosidetti sobillatori e della propaganda socialista sia pel sorgere degli stessi Fasci, sia per le esplosioni dell’ira popolare.

I Fasci, dice il generale Corsi, in moltissimi punti non erano che le antiche Società operaie, che cambiavano nome. Col cambiamento del nome mutava forse per miracolo il contenuto antico?

LE GARE MUNICIPALI E I FASCI

«E qui cade acconcio—continua lo stesso generale—il rammentare come le gare più acerbe e costanti in questi paesi siano le municipali, poichè quasi non v’è Comune che non sia scisso in due o più partiti non solo avversi, ma apertamente e accanitamente nemici tra loro, i quali si contendono per ogni modo il primato, ed anche il beneficio, nell’amministrazione municipale. Ora, con questa presente agitazione è avvenuto che questo o quel partito di Comune ha trovato molto opportuno di giovarsi dello appoggio potente del Fascio locale, il quale a sua volta s’è gettato spontaneo, e dopo lieve spinta, nella gara municipale, e così s’è fatto in più luoghi un imbroglio di Fascio e municipio e partito, e taluni possidenti, non dei maggiori bensì (e i Di Lorenzo di Gibellina?), si sono messi alla testa del Fascio, o vi sono scivolati dentro. Infatti i maggiorenti di quelle Società non fanno mistero della loro intenzione di valersene nelle lotte municipali, dicendo, forse persuasissimi, che lo fanno e lo faranno pel meglio del paese e quindi dei lavoratori. Intanto anche per questo verso, il Fascio diventa arena di ambizioni ed interessi locali, di galantuomini forse più che di picciuotti....»

Dov’è, dunque, il socialismo come causa efficiente, diretta e immediata dei moti di Sicilia, secondo il Comandante del XII Corpo di armata, che del socialismo non è punto tenero? E minore ancora la sua responsabilità risulterà uscendo dalle affermazioni vaghe e generiche e mettendo i punti sugli i come suol dirsi, cioè indicando i nomi dei capi-partito dei paesi dove avvennero agitazioni e tumulti: ciò che oggi può farsi senza commettere alcuna indiscrezione e senza nuocere a chicchessia perchè i fatti sono noti e sono stati discussi innanzi ai Tribunali militari di guerra.