Non aveva ragione da vendere il Regio Commissario straordinario nel volere impedire che il pubblico avesse conoscenza delle prodezze dei suoi agenti? E con queste misure—tanto abbiette, quanto i nani degli uomini che governano l’Italia—si crede di arrestare la marcia di un’idea![60].
L’ultima soppressione, però non definitiva perchè fu revocata in seguito ad interrogazione presentata alla Camera dei Deputati dall’on. Picardi e da me, avvenne alla fine del mese di Maggio e colpì, il giornale Imparziale di Messina. È notevole pei criterii, che la determinarono: fu la espressione del più schietto risentimento personale, perchè fu motivata dalla riproduzione di un articolo ironico del Mattino di Napoli contro il generale Morra, che da sè stesso si considerò, modestamente, sacro e inviolabile.
IL DISARMO
Sul disarmo c’è poco a dire. Esso sarebbe una misura capricciosa e ridicola se non costituisse un indizio delle paure della reazione trionfante. Nessuna ragione lo consigliava, una volta che in tutti i tumulti di Sicilia i massacrati giammai fecero uso di armi da taglio o da fuoco; la qual cosa era tanto conosciuta, che il Tribunale di Guerra di Palermo stabilì che si potessero fare le rivoluzioni.... senza armi! ma la reazione ha pensato che ciò che non avvenne ieri potrà avvenire domani: dunque, essa disse, bisogna disarmare tutti!
Con qual risultato? I malviventi non hanno consegnato alcun’arma; molta gente per bene non le ha consegnate neppure perchè così ha inteso protestare contro l’arbitrio inaudito; delle armi si sono privati soltanto i più timidi e scrupolosi osservatori della legge, colla speranza di averle restituite a breve scadenza. Ciò che, ad onore del vero, in parte e secondo i capricci delle autorità locali, è avvenuto. Allo Stato è rimasta una splendida collezione di vecchi ed arrugginiti fucili della guardia nazionale: ma gli rimane sulla coscienza una conseguenza più grave e più dolorosa: oltre un migliaio di contravvenzioni, che dai tribunali militari furono punite complessivamente colla bellezza di 800 anni di prigione in parte scontati, quando sopraggiunse—in luglio—l’amnistia riparatrice.
La insana misura, che non ebbe l’approvazione dei reazionarî, chè in molti punti non sfuggirono ai soprusi, alle vessazioni di una polizia tanto inetta quanto prepotente—a Caltanissetta si perquisì il domicilio di un Consigliere di Prefettura ed a Piazza Armerina quello del pericolosissimo on. Lavaccara, provocando la più schietta ilarità di mezza Italia!—ebbe un’altra triste conseguenza, prevista in Parlamento nella discussione di febbraio e verificatasi esattamente: l’incremento inaudito del malandrinaggio.
A rendere meno incompleto il quadro dei fasti della reazione trionfante dovrei ora occuparmi della istituzione dei Tribunali militari; ma questo grande argomento merita una trattazione a parte; qui trova posto invece una parola sul contegno conservato dalle classi dirigenti in questo sinistro periodo di ecclissamento di ogni concetto di giustizia e di legalità.
LE CLASSI DIRIGENTI E LA REAZIONE
STATU QUO ANTE TUMULTUS
La reazione del governo non fu uguagliata che dalla reazione di una gran parte delle classi dirigenti. Queste, che per alcuni mesi si erano ecclissate e rannicchiate in modo da rendersi invisibili, o avevano fatto buon viso a cattivo giuoco, modificando i patti agrari, elevando i salarî, trattando da uomini i lavoratori, non appena il governo si mostrò forte e ristabilì l’ordine, smisero ogni ipocrisia; e gli uomini sciacalli—vili nel pericolo ma sanguinarî quando possono esserlo senza timore—sono sbucati dai loro nascondigli preparandosi alla riscossa. Ridono delle miserie dei lavoratori, si compiacciono delle fucilazioni e del sangue sparso, inneggiano agli arresti e ai processi. Le promesse fatte durante i tumulti non vengono mantenute, e le concessioni vengono ritirate. I grandi proprietarî riuniti nella sala Ragona di Palermo per cura del loro Comitato promotore, fanno voti perchè l’insegnamento ufficiale dato nelle scuole sia a base morale, e c’è chi nella stessa riunione propone che si abolisca l’istruzione obbligatoria tra gli applausi dell’assemblea! Ecco ciò che le classi dirigenti sanno escogitare e proporre per venire in aiuto degli affamati. Esse si chiariscono degne del loro passato, di quel passato, che fece giudicare al senatore Zini «la Baronia siciliana ignava e superba e non ultima cagione del pervertimento morale, onde volentieri si rigetta tutto il carico sul mal governo dei Borboni»; esse si mostrano degne del governo attuale e questo degno di loro; formando un circolo vizioso nel cui perimetro le oligarchie, alte e basse, trovano modo di rafforzarsi e di sostenersi a vicenda, a tutto detrimento della libertà e del benessere popolare. Allegri italiani: la Sicilia ritorna allo statu quo ante tumultus!