Ma là la rivoluzione era trionfante e in Italia la vittoria era, incontrastata, del potere esecutivo; la Camera dei deputati, quindi, ghignò sul viso ai socialisti che invocarono il rispetto delle leggi e dello Statuto, e s’inchinò reverente dinanzi alla forza trionfante!
Se i Tribunali di guerra erano illegali nella loro origine, la loro istituzione, guardata da un elevato punto di vista, doveva considerarsi come impolitica, nè da essi poteva emanare equanimità di giudicati.
I MILITARI GIUDICI E PARTE
Invero i militari, di fronte ai cittadini che hanno vinto e domato nelle dissensioni civili, non possono essere imparziali, poichè per quanto essi siano leali, per quanto la compagine dell’esercito sia nazionale, è umano che nelle lotte si destino risentimenti e che nel cuore di coloro che si sentirono offesi e rimasero vincitori alberghi il desiderio della vendetta per quanto attenuato e represso da un alto senso del dovere. Di più i militari rappresentano il potere esecutivo contro il quale si levano i ribelli; essi, quindi, sono giudici e parte direttamente interessata nello stesso tempo.
IL CASO DEL MARESCIALLO NEY
Quest’ordine di considerazioni non è teorico ma ebbe altrove la sua esplicazione pratica e ne venne riconosciuta la giustezza. Ben a ragione il senatore A. Pierantoni ha ricordato che la quistione non è nuova nella storia delle guerre civili e che il caso del maresciallo Ney avrebbe dovuto servire di esempio e di ammaestramento.
«Quando Napoleone dall’isola d’Elba sbarcò nel golfo di Iuan ai 5 marzo 1815, per riprendere l’impero della Francia, il maresciallo Ney fu scelto dal re Luigi XVIII per tagliare la via della capitale all’insensato perturbatore della pubblica quiete.»
Ney, impotente a trattenere le onde del mare, tornò alla causa di Napoleone.
«Dopo la battaglia di Waterloo e la seconda abdicazione di Napoleone, Luigi XVIII volle deferire ai consigli di guerra i colpevoli di aver tradito il re prima del 23 marzo, e di avere attaccata la Francia e il suo governo a mano armata. Con ordinanza del 24 luglio mandò Ney, Cambronne ed altri ai giudici militari. Il maresciallo fu difeso da Berryer, padre, che sostenne l’incompetenza del Consiglio di guerra. Queste furono le ragioni sostenute: il giudizio su preteso crimine di Stato non essere domandato ad un Consiglio di guerra. Il sovrano, capo dell’esercito, si osservò, non poteva pronunziare in causa propria, per giudizio dei suoi ufficiali. L’articolo 33 della Costituzione affidava alla Camera dei Pari la procedura per i crimini di alto tradimento. Gli articoli 62 e 63 vietavano di sottrarre un prevenuto ai suoi giudici naturali. Il re per un altro articolo del Patto costituzionale stretto con la nazione aveva renunziata la potestà di creare tribunali straordinari. Il Consiglio di guerra si dichiarò incompetente con la maggioranza di cinque voti contro due. Il maresciallo fu giudicato e condannato dalla Camera dei Pari.»
VAE VICTIS