Constava al Tribunale di guerra che Vincenzo Curatolo nei momenti dal pericolo, e quando un animo bramoso di tumulti avrebbe potuto facilmente provocarli, aveva rivolto al popolo parole di pace e consigli di calma, ma non ne tiene conto perchè, seguendo l’Ispettore Rinaldi, «delle disapprovazioni che l’accusato avrebbe fatte pei detti avvenimenti, non è il caso di occuparsene, nulla deducendo in di lui favore, ma solo addimostrando una non comune e provetta attitudine in lui di eccitatore occulto ma efficace, COME OFFRONO LA STESSA PROVA LE ESORTAZIONI ALLA CALMA COL RISPETTO DELLA LEGGE FATTE PALESAMENTE.»

Per tali FATTI COSÌ STABILITI il Tribunale di guerra visti gli articoli 120 e 252 del Codice penale condanna il Curatolo a sette anni di reclusione e alle spese!

Si è visto che la sentenza trova le prove dell’accusa sopratutto nella corrispondenza sequestrata al Curatolo, cioè tra le più carte giudicate di poca importanza dall’ispettore Rinaldi. Il quale così le giudicò per difetto d’intelligenza, poichè fu trovata una terribile lettera di Francesco Cassisa... la quale non potè valere, però a fare condannare questi dal Tribunale di Guerra di Palermo,—il quale pur distribuì generosamente migliaia di anni di condanne facendo una vera strage d’innocenti!

Da questo processo,—superato soltanto in mostruosità dalla sentenza—rimane provato all’ultima evidenza che dai Tribunali di guerra si ritenne reato l’avere avuto relazioni con persone incriminate—e con tale criterio si potrebbe mandare in galera mezza Italia, compreso il Parlamento; reato la visita al vicino paese, che si rappresenta in Consiglio Provinciale: reato il presiedere... moralmente un Fascio, e di esserne stato l’anima;[63] reato il gridare: Viva il socialismo! con espressione, reato l’avere disapprovato pubblicamente e l’avere impedito nella misura delle proprie forze i fatti, che si ritengono criminosi.

PERSECUZIONI CONTRO IL PENSIERO

Il processo alle intenzioni in base alle più scellerate supposizioni, la persecuzione contro il pensiero, e la condanna dell’esercizio del diritto di associazione e di riunione negli stretti termini della legalità—perchè i Fasci dei lavoratori furono sodalizî legali, che per tre lunghi anni si riunirono ed agirono in pubblico senza che mai le autorità politiche e giudiziarie vi avessero trovato da ridire—da nessun altro processo risultano lampanti quanto da quello istruito contro il Curatolo, perchè a confessione e del denunziatore e dei giudici, che condannarono, mancano in esso tutti gli elementi di un processo qualsiasi, che non siano il processo alle intenzioni, la persecuzione contro il pensiero, la condanna dei diritti sanciti dello Statuto. Ed è perciò che ho ritenuto doveroso occuparmene con particolarità per segnalare al giudizio severo ed imparziale del pubblico il governo che dispose e permise agli agenti suoi, che eseguirono e condannarono.

IN NOME DELL’ITALIA LIBERA E UNA

L’animo di qualunque italiano, che sognò e lavorò per la rigenerazione di una patria libera, e la cui libertà doveva venire a farne la grandezza e la ragion di essere nel consorzio delle nazioni civili non può che rimanere profondamente sconfortato ed indignato dell’opera dei Tribunali militari in Sicilia ch’è la negazione assoluta di cinquant’anni di lotte, di sacrifizî, di eroismi contro la tirannide; quest’opera deleteria induce a melanconiche riflessioni. Oh! valeva la pena di abbattere il governo, che fu detto negazione di Dio e di far cadere tante vittime preziose sui campi di battaglia e sulle forche per arrivare a vedere funzionare come hanno funzionato i Tribunali militari in Sicilia e in Lunigiana nell’anno 1894 e in nome dell’Italia libera ed una? Non si direbbe che le libertà promesse dallo Statuto siano tranelli tesi alla buona fede degli italiani? Quanto più onesto e leale il governo borbonico, che senza ipocrisie proibiva di occuparsi di politica, e sotto il quale almeno erano sicuri di vedere rispettata la propria libertà coloro che ottemperavano scrupolosamente ai suoi ordini!

Lo sconforto sarebbe minore se dell’opera nefasta dianzi tratteggiata fossero responsabili soltanto i Tribunali di guerra. Si sa! i militari non comprendono il diritto, non conoscono leggi e statuti, non discutono ma ubbidiscono, come impone la disciplina, non conoscono altra ragione che quella che viene dalla forza. Ma il guaio maggiore è questo: nelle aberrazioni giuridiche, politiche e morali dei Tribunali di guerra c’è la solidarietà e la complicità necessaria dei magistrati ordinarî, che dovrebbero tutelare i diritti dei cittadini e fare rispettare le leggi e lo Statuto in alto e in basso. E questa solidarietà e questa complicità, per quanto possa riuscire doloroso il confronto, bisogna metterle in evidenza.

LA MAGISTRATURA