Epperò, tutto ben considerato, se ne deve conchiudere con amarezza, che il popolo non può riporre più la sua fiducia nel supremo magistrato, che dovrebbe avere il compito di difenderne i diritti e fare rispettare la Costituzione e le leggi del potere esecutivo, come fece la Cassazione francese anche in momenti non propizî alla libertà e alle franchigie costituzionali (Impallomeni, p. 32 e 33). E la conclusione dolorosa è assai umiliante per l’Italia, la cui inferiorità di fronte alle altre nazioni, in fatto di rispetto ai diritti dei cittadini da parte del potere esecutivo, e nella pratica del regime costituzionale, rimane ognora più assodata e confermata; e questa inferiorità viene sopratutto assodata e confermata per opera della Suprema Corte di Cassazione che è venuta meno al suo compito ed ha rinnegato la propria ragione di essere.
L’AFFERMAZIONE DI UN MINISTRO
Intanto nel periodo fortunoso dei fatti eccezionalmente disonesti e scandalosi, come la Suprema Corte di Cassazione designò quello della scoperta degli scandali della Banca Romana, si trovò un Ministro, il senatore Santamaria, che, nauseato dal contegno della magistratura, la qualificò un punto interrogativo e non avendo il coraggio di interrogare la sfinge provvide se non altro a sè stesso, e sdegnoso si ritrasse. E allora—fu già ricordato—una eco onesta e coraggiosa di questo sdegno si ebbe nel responso della Cassazione. Pare che con quell’atto si sia esaurita la vigoria del supremo magistrato, che quando si trovò nella situazione di dovere solennemente affermare la propria indipendenza di fronte al governo piegò e si sottomise e la sua voce si trovò all’unisono con quella del Ministro, che in Parlamento, dimentico di rappresentare la giustizia, non seppe che difendere e giustificare le pretese e gli atti della reazione.
E da questo stesso ministero nell’ora triste e pericolosa di decadenza e di reazione che attraversiamo, in risposta ad una interrogazione dell’onorevole Imbriani, l’Italia apprese che se il ministero avesse manifestato un desiderio alla magistratura, questa avrebbe trovato nella procedura i mezzi per soddisfarlo! (Seduta della Camera dei deputati del 7 aprile 1894).
La dipendenza della magistratura in quell’infausto giorno venne ufficialmente affermata; la nomina della famosa Commissione dei tre all’indomani della sentenza nel processo Tanlongo e Lazzaroni, è servita a riconfermarla. La nomina di tale commissione se è stata una indecorosa canzonatura dal punto di vista della restaurazione della moralità, è riuscita, però, ad esautorare la magistratura. Quale può essere il suo prestigio nel giudicare gli altri se essa stessa è sotto giudizio? Il giudizio sull’opera dei Tribunali militari e della magistratura ordinaria, non può essere pertanto completo senza la conoscenza di alcune cifre e di alcuni confronti.
CIFRE E CONFRONTI
I Tribunali militari di Palermo e di Trapani e quelli di Caltanissetta sino al 30 maggio—non ho i dati di quello di Messina—distribuirono 3203 anni di detenzione e di reclusione a 630 individui, oltre le pene per le contravvenzioni al disarmo. In tutto si può approssimativamente calcolare che i Tribunali militari di Sicilia distribuirono circa 5000 anni di prigione a contadini che protestarono contro la fame e contro l’oppressione, e a giovani non rei di altro che di onesta propaganda socialista. Ebbero sette anni di reclusione coloro che furono considerati anime dei Fasci; ebbe sedici anni di reclusione Bernardino Verro per un discorso sovversivo; ebbero venti anni di reclusione donne ingenue, che credettero lecito gridare Viva il Re! e abbasso il Sindaco!
Da un’altra parte sta questo: un Tenente Blanc dal Tribunale penale di Padova ritenuto responsabile di omicidio colposo e di abuso di autorità fu condannato a sei mesi e venti giorni di carcere militare ed a cinquecento lire di multa; e si spera che la Corte di Appello di Venezia, che si mostrò altra volta tenerissima degli ufficiali di Cavalleria riduca la pena....
I signori Tanlongo e Lazzaroni accusati di un grappolo di reati e della scomparsa di ventitre milioni dalla cassa della Banca Romana vennero assolti dal Giurì di Roma. Era giusto che Tanlongo e Lazzaroni uscissero a libertà quando entravano in prigione De Felice e Petrina che la loro popolarità acquistarono smascherando i ladri.
L’UFFICIO DELLE LEGGI PENALI