Questa è poesia bella e buona; la realtà è diversa e si avvicina molto a quel materialismo economico da cui un discepolo di Marx non avrebbe dovuto discostarsi.

I FATTI E LE ESASPERAZIONI

La realtà è questa: in Sicilia c’è un grande malcontento pel malessere economico aggravato dalle condizioni politiche; malcontento che spinge alla protesta e alla reazione, coadiuvato dall’influenza ereditaria e dalle tradizioni locali. Il malcontento ha cause economiche generali e ne ha particolari che lo hanno reso più rapidamente sensibile: il malcontento è in alto e nelle classi dirigenti, che a forza di mormorare e di protestare hanno incitato il popolo ad imitarle; e col malcontento in alto sono venuti meno i freni morali e materiali, che avrebbero potuto rattenere e moderare il malcontento irrompente in basso.

IL MALCONTENTO NELLE CLASSI DIRIGENTI

Tra le classi dirigenti il malumore serpeggia e si accresce con prodigiosa rapidità per tutte le cause generali, che agiscono in tutta Italia e che trovano l’addentellato e nella politica interna e nella politica estera e in tutte le esplicazioni della vita pubblica. Di questo stato dell’animo delle classi dirigenti dettero un saggio i grandi proprietarî di Sicilia—senatori, deputati, duchi, principi, marchesi, baroni, cavalieri ed anche avvocati nullatenenti—che riuniti nella sala Ragona in Palermo, in numero di duecento, applaudirono freneticamente un rapporto del Comitato promotore, che nella parte generale—dovuta al senator Guarneri—dice in principio così: «I deplorabili moti,—promossi da quali agitatori e da quali intenti l’Italia oggi non ignora—che sono scoppiati, non sarebbero avvenuti, o almeno non avrebbero tanto attecchito se in tutta l’isola non regnasse il più profondo malcontento ed universale malessere, nato da lunghi anni di trista amministrazione.» (p. 3) Dopo questa constatazione che valore possono avere le sciocche invettive contro i sobillatori?

I proprietarî si lamentano acremente per la gravezza delle imposte erariali, provinciali e comunali, e in parte si lamentano a torto i grandi proprietarî, che se molto pagano non possono e non devono negare che dal 1860 in poi hanno visto aumentare vistosamente i loro redditi. Il prof. Salvioli afferma che nel circondario di Mistretta i fitti raddoppiarono: in provincia di Catania aumentarono di circa un terzo ed in qualche zona del doppio, fino al 1881. Così in quella di Siracusa e di Caltanissetta. In provincia di Trapani l’aumento variò dal 30 al 100%. (Gabellotti e contadini in Sicilia ecc. nella Riforma Sociale del Nitti 10-25 marzo 1894). Le ricerche di altri agronomi e le mie confermano questo aumento straordinario nei fitti: e in questo come in tanti altri casi continua la rassomiglianza tra la Sicilia e l’Irlanda.[9] Inoltre il prodotto delle imposte di ogni genere in maggior parte venne speso a vantaggio degli stessi proprietarî. Molte strade comunali e provinciali, che hanno rovinato i corpi locali sono state costruite a loro esclusivo beneficio: e su di alcune si narrano intrighi e imposizioni scandalose per farle votare ed eseguire. Le imposte e le spese così riuscirono spesso ad aumentare la ricchezza dei proprietarî.

CENSIMENTO DELL’ASSE ECCLESIASTICO

In Sicilia, eziandio, a produrre una speciale perturbazione economica ha contribuito un fattore, che avrebbe dovuto essere benefico e che sotto certi punti di vista tale realmente è riuscito. Alludo al censimento dei beni demaniali e dell’asse ecclesiastico.

GARIBALDI E IL GOVERNO ITALIANO

Qui da dieci secoli le corporazioni religiose, le confraternite ecc. avevano ricevuto doni dai fedeli ed accumulato ricchezze enormi. Nel 1860 si può ritenere che esse possedevano oltre 190,000 ettari della migliore terra malamente coltivata sì, ma il cui prodotto veniva consumato localmente. Il generale Garibaldi vide il pericolo che derivava dalla esistenza di tale vasta manomorta ed il vantaggio che si poteva ricavarne distribuendola in piccoli lotti ai lavoratori; ma il suo ottimo pensiero fu svisato completamente poco dopo.