E in una lettera di Cipriani a De Felice si legge: «fa, come consigli nella tua lettera, di evitare scatti inopportuni, le generali impazienze, le manifestazioni intempestive.»

Come i magistrati, l’avvocato fiscale e il Tribunale militare che ripetutamente supposero ciò che aveva dovuto scrivere De Felice a Cipriani, non si accorsero—qui, che la cosa era evidente—che De Felice aveva sconsigliato quegli avvenimenti di cui si volle renderlo responsabile?

IL MANIFESTO DEL 3 GENNAIO

Da tutto ciò emerge che il manifesto del 3 gennaio nè era un atto isolato, nè una manifestazione pubblica intesa a mascherare macchinazioni segrete: il consiglio alla calma rispondeva a tutto il metodo adottato ed era stato manifestato in pubblico e nelle lettere intime più efficaci, perchè non si vede in esse alcun arriere pensèe.[73]

NON SI RAGGIUNSE L’INTENTO

Per quanto sinceri e ripetuti, questi consigli alla calma e non all’eccitamento, certo è che essi non raggiunsero l’intento e che furono accompagnati o seguiti dai noti tumulti. Ma si potrà renderne responsabili coloro che li biasimarono? Ciò è semplicemente enorme; e si troverà più enorme il fatto quando si penserà alla minima responsabilità diretta dei Fasci, dimostrata in un precedente capitolo, che fa supporre dovere essere nulla o incalcolabile quella del Comitato centrale, che poca o nessuna azione esercitava in molti punti e su quei Fasci nati da recente, male organizzati, acefali o in via di dissoluzione, che parteciparono ai tumulti.

Fosse pure stata energica ed indiscussa la influenza esercitata dal Comitato centrale sui Fasci e sulle masse non si può menomamente renderlo responsabile di ciò che avvenne, perchè è noto che quando esistono certe condizioni di animo e certe altre cause efficienti le parole più autorevoli non vengono, non possono venire ascoltate. Chi, come opportunamente ricordò De Felice, più adorato di Garibaldi dai suoi volontarî? Eppure egli impone alle sue schiere—e chi scrive ebbe la fortuna di trovarsi vicino a lui sulla spianata di Aspromonte e rammenta il tono imperioso e solenne della sua voce—di non far fuoco nel caso che venissero attaccati dalle truppe del Generale Pallavicini, e non viene ubbidito. Non poteva esserlo; perchè era umano che chi aveva il fucile in mano lo adoperasse contro l’aggressore: l’istinto supremo della propria conservazione lo esigeva o spiegava la disubbidienza verso l’idolo dei volontari che avevano preso per divisa: o Roma o morte.

Uguale fatalità s’imponeva in Sicilia: i consigli alla calma non furono ascoltati, perchè date le condizioni delle masse, non potevano esserlo. C’erano altri e più poderosi agenti di sobillazione, che non permettevano fosse ascoltata la voce dei socialisti coscienti; il grido degli affamati, degli oppressi, dei malcontenti la copriva.

I VERI SOBILLATORI