Questa sentenza che chiude il processo mostruoso è tale che la Suprema Corte di Cassazione non sapendo, non volendo o non potendo riformarla ed annullarla l’addita all’amnistia. La quale non potrebbe e non dovrebbe farsi attendere, non già nell’interesse dei condannati, ma in quello dei giudici, delle istituzioni e della società borghese. È la borghesia la vera colpevole di questo processo ed a suo beneficio l’amnistia dovrebbe venire.
E infatti questo Tribunale militare, secondo la profonda osservazione di Barbato doveva lealmente condannare per dare il suo contributo a ciò che crede sacro e immortale, e che pur si sfascia e muore.
È questo organismo in isfacelo, che per istinto di conservazione attacca e condanna l’idea avversaria in tutti i suoi gradi di esplicazione, in tutte le forme sotto le quali si manifesta, particolari e generali, teoriche e pratiche. Si vuol colpire l’idea nemica, infatti, e nella esplicazione generica dello affratellamento dei sodalizî dei lavoratori e nel patto di Corleone; si vuol colpire l’idea giudicando criminoso il programma dei Fasci e l’arma dello sciopero, che esso ingenuamente credette legittima; e che tutto ciò si abbia voluto colpire lo dice la sentenza, la quale si scandalizza che nei discorsi degli accusati «si spiegavano le teorie del socialismo e si propugnava l’emancipazione morale e materiale dei lavoratori».
NON IL CRIMINE MA IL PENSIERO
Di questa confessione bisogna lodare i giudici, che si ricordarono di essere militari e vollero chiarirsi leali facendo conoscere almeno le loro intenzioni ed avvisando gl’italiani contristati che nel processo mostruoso non si ricercarono e si condannarono i fatti costituenti il crimine, ma il pensiero, le idee, le tendenze nuove in nome e in difesa del presente, che passa e lotta contro il futuro, che irresistibilmente diviene.
La tristezza dell’animo in chi si fa a riandare le vicende e l’esito del processo mostruoso non viene temperata che dalle letture delle dichiarazioni e delle autodifese degli accusati, che seppero elevarsi nelle sfere serene della filosofia della storia: che ammoniscono i giudici sulla fatalità degli avvenimenti; che infusero in tutti la coscienza di un avvenire migliore per equa distribuzione di ricchezze; che seppero rendere simpatica la propria causa anche a coloro, che da principio più fieramente l’avversavano. Ed è meraviglioso, a questo proposito, che seppe farsi ascoltare con benevolenza il Gulì, che fece la difesa dell’ideale anarchico nel momento in cui l’anarchia era più odiosa ed odiata.
L’IMPRESSIONE DELLA SENTENZA
Le conseguenze immediate della sentenza avrebbero dovuto fare ravvedere qualunque governo meno cieco e meno votato alla reazione che non sia il libero governo costituzionale d’Italia. In Palermo dove l’ambiente era dapprima più avverso agli accusati la impressione fu profonda e generale.
Tutte le forze militari disponibili furono spiegate per mantenere in freno la popolazione fremente; fu vietato l’accesso al pubblico nella sala del Tribunale, e i condannati sotto scorta numerosa furono fatti uscire da una porta ignorata, dalla quale uscirono pure i giudici per sottrarsi ad inevitabili e gravi manifestazioni di biasimo. Questi giudici, che furtivamente si allontanano dal Tribunale, non si direbbe che si sentono rei? Il colonnello Giussani divenuto inviso, fu ripetutamente fischiato, e lo si allontanò per un po’ da Palermo.
La polizia impose che si tenessero aperti i negozî che si sapeva si sarebbero chiusi in segno di protesta; ma l’Università venne chiusa; alle grandi prigioni avvennero dimostrazioni notturne, e canto di inni ch’erano un saluto ai prigioneri che ascoltavano; in teatro si va coi garofani rossi all’occhiello e si fa dal pubblico una di quelle mute proteste, che solo Palermo sa fare, uscendo in massa ad un dato segnale.