Il popolo in Sicilia per un periodo non breve ha avuto la forza e il potere nelle mani; ha devastato qualche volta i beni di coloro che crede a torto o sono realmente suoi nemici, ma ne ha rispettato le persone e non si è vendicato sulla loro vita. Sarà altrettanto mite altravolta? Sarebbe desiderabilissimo che lo fosse e sarebbe anche vantaggioso pel popolo stesso; ma qua e là, nelle grotte che servono di abitazioni, nei sotteranei delle miniere, nei tukul sparsi per la campagna si sentono sommessi e compressi accenti d’ira, che fanno paura. Chi conosce la situazione confessa che è probabile lo scoppio di una vera Jacquerie e presente che i lavoratori in un dato momento prenderanno alla lettera il ritornello del poeta catanese e falceran le teste a lor signori!
NOTE:
[68] Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse: Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier l’altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici francesi!—Impossibile! risposi secco e risoluto.—E l’amico mio di rimando:—L’ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette all’arresto e alla perquisizione!—E ci volle la smentita recisa degli avvocati Marchesano e Crimaudo, che all’uno e all’altra avevano assistito, per convincerlo che l’ufficiale dei carabinieri aveva mentito.
[69] Devo alla cortesia dell’egregio stenografo, sigr. Francesco Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla redazione del Giornale di Sicilia molto materiale che mi è servito per questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.
[70] Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia siano profondi nelle discipline economiche!
[71] In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune cartucce, ch’erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d’onde venne, credo un Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.
[72] Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente, della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria dell’Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.
[73] Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale sdegnosamente protestava contro le calunnie borghesi, che attribuivano al Comitato centrale i tumulti.
[74] Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e non l’uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti, rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; la complicità in eccitamento alla guerra civile fondata sulla formazione dei Fasci dei lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplice possibilità di prevedere i disordini lamentati nell’isola, creandosi così una complicità colposa; dichiarati quelli complici in eccitamento alla guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori dello eccitamento, creandosi così una complicità senza una reità principale; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così l’eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all’insurrezione, e trasformando in un delitto politico un delitto contro l’ordine pubblico: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza di chi vivamente e attivamente desiderò un’avvenire migliore alla classe dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di aver voluto, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un magistrato dichiaratosi incompetente, in una causa colla quale agli imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l’ausilio della difesa civile, facendosi al Codice penale per l’esercito del libero e civile Regno d’Italia l’ingiuria di supporre che avesse negato quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»
Così l’Impallomeni. (pag. 4).