XXIII.
L’OPERA CIVILE DEL GENERALE MORRA
Di ciò che si è fatto in Sicilia—dal giorno della proclamazione dello Stato di assedio in poi—risponde politicamente il ministero; ma la responsabilità diretta, materiale e morale, spetta al generale Morra di Lavriano e della Montà.
Se i poteri del Regio Commissario straordinario fossero durati poco tempo—pel solo tempo necessario ad assicurare l’opera del ristabilimento materiale dell’ordine—è assai probabile, che sul di lui conto non ci sarebbe stato molto da ridire e si sarebbero soltanto ricordate le sue benemerenze, siano pure immeritate ed immaginarie; ma la durata eccessiva e la estensione stessa dei poteri che gli erano stati accordati, fecero sperare, autorizzarono anzi, ad aspettare da lui, oltre la repressione, un’opera eminentemente civile d’iniziamento, se non altro, di restaurazione morale, di giustizia politico-amministrativa, di miglioramento economico della condizione dei lavoratori.
BIASIMO E DISONORE
A quest’opera il generale Morra venne meno completamente, e la sua azione invece fu talmente diversa da quella che avrebbe potuto e dovuto essere, ch’egli ne raccolse larga messe di biasimo e di disonore.
Il giudizio severo non solo viene giustificato dallo esame dei fatti imputabili al Commissario, ma sopratutto dal sistema prezioso dei paragoni, dal confronto con ciò che persona di grado uguale al suo ha dichiarato che avrebbe fatto se fosse rimasto al suo posto; dal confronto di ciò che altri ha fatto realmente in analoghe condizioni dolorose.
Ciò che si avrebbe dovuto e potuto fare in Sicilia venne detto dal generale Corsi, che col comando del XII Corpo di armata trasmise i poteri militari al generale Morra.