Di più: «il giorno che nell’aula di un tribunale si domandano 23 anni di galera, per delitto di lesa patria, contro un deputato italiano, fino a ieri circondato dall’aura popolare, rappresentante di una illustre città, onorato della fiducia di due collegi dell’isola sua... il giorno che tanti anni di galera si domandano contro un deputato e contro altri cittadini italiani, alle cui virtù morali e civili lo stesso rappresentante, non dirò della legge, che non lo è, ma dell’accusa, ha dovuto rendere omaggio, è sempre un giorno doloroso per chiunque abbia cuore italiano, per chiunque abbia senso di gentilezza italiana.
«Ebbene, è deplorevole che questo sentimento elementare non sia stato capito dal signor generale Morra di Lavriano, il quale ha creduto delicato, opportuno, gentile, scegliere proprio il giorno, in cui si pronunziava quella enorme requisitoria... (Interruzioni) per indire, proprio in quel giorno, in via eccezionale un solenne festoso banchetto ai notabili e all’alta società di Palermo. (Rumori). Io mi domando a quale altro generale che non fosse il generale Morra di Lavriano sarebbe venuta in mente un’idea così peregrina, coprendo un ufficio che per la sua stessa anomalia di fronte alla legge esigeva per lo meno un tatto squisito, e in un momento nel quale la pacificazione degli animi è il bisogno supremo dell’isola.
«Io nato in Milano, sotto il felice governo di Casa d’Asburgo, ben so che i generali austriaci sceglievano i giorni delle condanne di patrioti per indire feste e banchetti, a provocazione e sfida del sentimento cittadino. E se mal non ricordo, devo aver letto in un bellissimo libro del deputato Bufardeci, qui a me vicino, libro scaldato da quella fiamma giovanile che pare oggi essersi riconcentrata nell’animo dei vecchi, che il maresciallo Del Carretto sceglieva il giorno della esecuzione di Mario Adorno e del suo figlio giovanetto in Siracusa per celebrare l’eccidio con una festa da ballo. Ma è deplorevole che, dopo 34 anni che l’Italia fu redenta, reminiscenze e confronti simili si ridestino da generali italiani!»
MORRA CONTRO MARIA DE FELICE
E chi infine oserebbe mettere in dubbio la delicatezza dei sentimenti del Generale Morra di Lavriano e della Montà, che all’indomani della sentenza che manda l’on. De Felice per diciotto anni nella reclusione, espelle da Palermo la gentile Maria, colpevole di non sapere nascondere il cordoglio ineffabile per la condanna del padre e di destare la simpatica commiserazione in una cittadinanza cavalleresca e pietosa?
Un ultimo accenno all’opera civile del generale Morra.
UNA MANOVRA DEI REAZIONARII
Perchè essa fosse riuscita proficua, opportuna, apprezzata sarebbe stato necessario che egli avesse percorso la Sicilia, per conoscerne de visu i mali, che egli avesse avvicinato i sofferenti e gli oppressi ed avesse ascoltato dalla loro viva voce i reclami e le proteste, che si fosse frammischiato col popolo e col popolo avesse vissuto. Il Generale Heusch gli dette l’esempio in Lunigiana di ciò che avrebbe dovuto fare; ed anche qualche suo subordinato, il simpatico colonnello Pittaluga, gli additò la via da battere. Ma tali esempî non erano degni di lui; egli invece di visitare i tugurî, di informarsi delle sofferenze del popolo, di studiarne le cause, preferì passare da una casa principesca all’altra, da questa a quell’altra villa per gradire banchetti lauti, per assistere a sfarzose soirèes, che riuscivano un insulto alla miseria grande delle moltitudini: insomma tutto fece meno che muoversi da Palermo e adempire il proprio dovere.
Principi, marchesi e baroni si tennero onorati delle visite dell’ospite eminente e vollero mostrarsi riconoscenti: cospirarono—è la parola adatta—per fargli concedere la cittadinanza onoraria di Palermo; ma la città di Palermo, giammai vile e servile, sventò la indecorosa manovra, e colla sua attitudine impose il rispetto che si doveva ad un paese che tale onorificenza solo a Garibaldi ha voluto concedere.
Solo per un momento il Morra vuol rendersi popolare e va al Foro italico per assistere... alla benedizione delle capre!