Finalmente esce da Palermo, dove si godette i suoi veri ozî di Capua, e va a fare la sua visita di congedo alla Sicilia. Va e passa in rassegna le truppe per informarsi, forse, se le cartucce sono sufficienti e se i fucili sono pronti per ripetere la cura del piombo al popolo. Vero è che egli raccoglie ciò che merita: accoglienze strettamente e glacialmente ufficiali dai suoi dipendenti, talvolta urli e fischi dagli imperterriti Gavroche isolani, che non sanno valutare e temere abbastanza i benefizî e i pericoli dello Stato di assedio: ma in compenso lo conforta il brindisi laudatorio dell’on. Marchese di San Giuliano...
Il generale Morra lasciando l’Isola, nella sua circolare ai prefetti, osò scrivere questo periodo sbalorditoio, ch’è meritevole di essere tramandato ai posteri, come l’indice più esatto della sua incoscienza: «Durante questo periodo eccezionale sprezzando fatiche e disagi mi sono dedicato con vero affetto alla non facile impresa della pacificazione degli animi per varie cause eccitati, e allo studio arduo dei principali bisogni delle popolazioni siciliane....»
IL RESPONSABILE DELL’OPERA DI MORRA
E l’ironia amara per quest’opera incivile del Regio Commissario straordinario in Sicilia potrebbe continuare, se non fosse tempo di ricordare che di quest’opera sua c’è chi è direttamente e politicamente responsabile di fronte al paese: l’on. Crispi.
Si mentirebbe e si calunnierebbe il Presidente del Consiglio dei ministri se si dicesse che egli sia rimasto contento e soddisfatto del modo come il generale Morra ha adempiuto alla delicatissima e grave missione affidatagli. Si assicura che egli si sia accorto in tempo della cattiva scelta fatta e che non abbia nascosto il suo malumore. Un sintomo del suo malumore si volle scorgere nella insolita fiacchezza colla quale difese egli nella Camera dei deputati il regio Commissario dagli attacchi dell’on. Cavallotti.[77]
PIÙ VEROSIMILMENTE...
Ma se l’on. Crispi si accorse in tempo che il Generale Morra non rispondeva alle esigenze imperiose della difficile situazione, perchè non lo rimosse dall’ufficio? Forse temette di attentare alla reputazione della propria infallibilità? Più verosimilmente ubbidì ad ordini che vennero dall’alto protettore del Morra. Nell’uno e nell’altro caso sul capo del governo che scelse un uomo inadatto al compito e lo mantenne, quando si manifestò tale apertamente, ricade la responsabilità intera dell’errore commesso. In un modo solo potrebbe farselo perdonare: disfacendo l’opera del generale Morra e cominciando dalla pacificazione degli animi, che non potrà iniziarsi efficacemente se non coll’amnistia: amnistia, suggerita dalla suprema Corte di Cassazione, e moralmente necessaria ai giudici anzichè ai condannati.
NOTE:
[75] In Palermo fece rumore il caso di Parco. L’amministrazione fu sciolta perchè furono dimostrate fondate le accuse portate contro di essa dal Fascio. Vi fu mandato come regio Commissario il sig. Benedetto Carrozza, che conoscendo i fatti cercò riparare al dissesto economico e ai disordini amministrativi; ma i rei seppero ingraziarsi il generale Morra, e il regio Commissario di Parco si dimise, per provvedere al proprio decoro e forse anche alla propria libertà: venne indicato come sobillatore!
[76] Il caso di Catania fu portato alla Camera dei Deputati. Conservo relativamente ad essa un articolo che voleva pubblicarsi in un giornale locale—e di cui fu vietata la pubblicazione,—come il documento più prezioso dello sconfinato e brutale arbitrio della censura preventiva. Ogni cartella dell’articolo, in cui non c’è una sola parola incriminabile e men che rispettosa verso le autorità, porta il veto del Capo di Gabinetto della Prefettura sig. De Francisci.