«Bisogna che siano messi nella condizione di avere il denaro necessario, affinchè, volendolo, possano diventare padroni di un opificio, e che, associati, possano anche essi costituire opifici...

«Allora potrete trovare la soluzione del problema, che il capitale ed il lavoro stiano allo stesso livello, siano nelle stesse condizioni di eguaglianza, e che l’uno non possa comandare sull’altro, ma si riequilibrino, si rafforzino a vicenda...

«Noi avremo allora la vera concordia degli animi, avremo costituita quella unità morale, senza la quale non è possibile che duri l’unità politica del popolo italiano.

«Imperocchè fino a quando le classi sociali dureranno distinte per gl’interessi rivali, e qualche volta l’una tiranna dell’altra, saremo in continuo pericolo di disordini e conflitto.»

CRISPI

Ora io, dico, i socialisti e i sobillatori quando mai enunziarono propositi diversi e più radicali di quelli enunziati dall’on. Crispi in Palermo nel 1886? In quanto al metodo per farli trionfare non può dimenticarsi che lo stesso on. Crispi pochi anni dopo, proprio alla vigilia del movimento dei Fasci, telegrafava di rivoluzione come un qualunque avventato sobillatore...

L’ON. FARINA

Chi conosceva tutto quanto precede avrebbe dovuto concludere che nei moti di Sicilia non c’era stato accordo, non vi era stato intesa, non c’era l’intervento della cospirazione; ed alla Camera tale dimostrazione venne fatta da Altobelli e da me; e v’insistettero due oratori, che pel partito politico in cui militano non possono menomamente essere sospettati di tenerezza pei socialisti: l’uno l’on. Emilio Farina con quella espressione di sincerità ch’è l’impronta dei suoi discorsi, perciò tanto bene accetti a Montecitorio, disse:

«Non vi furono attacchi contro le caserme, non movimenti simultanei, non danari spesi per suscitarli o sostenerli, ed è perciò che questi movimenti potevano apparire, come disse qualcuno dei colleghi, sfoghi d’ire locali, e non meritare tutti i rigori che sono stati adottati per reprimerli. Le stesse stragi furono motivate, non già da assalti preconcetti contro le truppe; furono le truppe in piccolo numero, che per svincolarsi da folle clamorose che mano mano andavano esaltandosi, fecero uso delle armi, con quel penoso resultato che ognuno sa. La strage stessa commessa sul pretore, non fu un’azione, ma una reazione dopo una strage di popolo.»

L’altro, l’on. Comandini, con l’immancabile e scettica sua ironia, mise in ridicolo la cospirazione, e a provare che era un romanzo aggiunse: