[8] In Sicilia, secondo i dati statistici recenti comunicatimi gentilmente dal D.r A. Bosco (della Direzione della statistica del regno), nel 1891 c’erano tra gli sposi e le spose 71% di analfabeti e 63% tra i coscritti, in Piemonte invece vi sono analfabeti nella proporzione del 12 e del 16%. In quanto a reati per 100,000 abitanti in Sicilia si ebbero nel 1891 denunzie 28 per omicidio, 359 per lesioni violente e 392 per furti; in Piemonte per le rispettive categorie si ebbero queste cifre; 4, 103, 223. Quanti insegnamenti in questo confronto!
[9] Chi vuole formarsi un’idea adeguata della somiglianza tra le due isole, in quanto a condizioni economico-sociali legga il libro dell’individualista Fournier: La question agraire en Irlande e l’opuscolo del socialista Kautsky: Irland. kultur-historische Skizze, Leipzig 1880.
Il parallelo riesce utilissimo per le indicazioni che i casi d’Irlanda somministrano per la soluzione del problema siciliano.
[10] Nel rapporto dei grandi proprietarî di Sicilia a pagine 4 e 5 si legge:
«La Sicilia è entrata nella grande famiglia italiana con un debito pubblico di appena ottantacinque milioni in capitale, e con un lieve bilancio di sole lire 21.792,585. E a dippiù dessa vi ha arrecato il suo tesoro, accumulato da lunghi secoli, dei beni ecclesiastici e demaniali. Però dessa vi è entrata al tempo stesso povera di opere pubbliche, cioè di mezzi di viabilità di ogni genere, di lavori portuali, e di bonifiche di qualunque natura.
«La censuazione dei beni ecclesiastici, e la vendita di quelli demaniali ha avuto luogo, non a scopo sociale, non a sollievo delle classi agricole, ma a fine di lucro, e di finanza, e quest’Isola ha dovuto ricomprare le sue terre chiesastiche e demaniali, e allibertare le sue altre proprietà immobiliari, erogandovi la colossale somma di quasi 700 milioni, che sono stati sottratti alla bonifica delle altre sue terre.
«Ed il quarto dei beni ecclesiastici, attribuito dalla legge del 7 luglio 1866 ai comuni dell’Isola, è stato davvero derisorio, giacchè (incredibile a dirsi, ma pure vero) il valore di questi beni a riguardo dei detti comuni, è stato calcolato in base alle vilissime dichiarazioni del clero di Sicilia, per il soddisfo della tassa di manomorta del 4%. E da questo nominale valore sono stati dedotti il 30% attribuito allo Stato giusta la legge del 15 agosto 1867, e dippiù il 4%, di tassa di manomorta, ed un altro 5% per ispese di amministrazione. Però tutte queste deduzioni sono stato ragionate sul valore effettivo dei cennati beni; e sottratte in oltre le pensioni dovute ai membri degli Enti soppressi. Sicchè nulla, o quasi nulla, han percepito sin oggi dopo più che un quarto di secolo, i Comuni del cennato quarto di beni. Anzi il Demanio ha richiesta la restituzione delle poche somme, per tale causa, pagate a qualche Comune.
«Or dietro tanti sacrifici che quest’Isola ha, per virtù di patriottismo, accettati, dessa avea bene il diritto di vedersi equiparata alle altre regioni d’Italia nelle condizioni di viabilità, o di miglioramento di ogni genere.»
Mi associo di tutto cuore alla osservazione del Comitato promotore, che vorrei vedere tenuta nel dovuto conto da coloro che credono nella generosità del governo italiano verso la Sicilia. Però devo notare che la valutazione dei beni dell’asse ecclesiastico fatta dalla relazione dei grandi proprietarî—secondo i dati fornitimi gentilmente dal Comm. Simeone, direttore generale del Demanio—è troppo esagerata.
[11] La media del regno pel 1891 per 100,000 abitanti è di 348 furti, in Sardegna di 846, nel Lazio di 667, in Basilicata di 638, negli Abruzzi di 518, in Sicilia di 398.